Cinico comico tragico
Ci si chiede da che parte sta l'Italia mentre procede rapido il processo di disintegrazione dell'Occidente
Ci si chiede: ma da che parte sta l’Italia?
Sta dalla parte dell’Unione europea o dalla parte del Fuhrer biondo che abita oltre Oceano?
Ci batteremo per l’onore d’Europa o spezzeremo le reni alla Groenlandia?
Domande legittime, ma inutili, poiché la risposta è irrilevante.
L’Italia, governata dai successori di Mussolini, correrà come al solito in soccorso di chi vince. Per poi scoprire strada facendo che chi stava vincendo alla fine ha perduto.
La questione groenlandese sta accelerando il processo di disintegrazione dell’Occidente, come ha mostrato in un discorso imprevedibilmente coraggioso il premier canadese Mark Carney: l’ordine internazionale è sempre stato una finzione, ma rendeva almeno formalmente possibile contenere l’aggressività dei più forti. Quell’ordine è finito perché mantenere la finzione significherebbe solo accettare la subordinazione al dispotismo degli Stati Uniti 'd’America.
Gli internazionalisti salutano la disintegrazione del blocco colonialista occidentale come un fatto positivo, ma sanno benissimo che è assai pericoloso, perché il gigante ferito userà tutti gli strumenti di cui dispone per imporre la sua egemonia. Tra quegli strumenti c’è la devastazione finale del pianeta.
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Cinico comico tragico
(una versione appena un po’ diversa del testo che state per leggere fu pubblicato da Thomas project un paio di anni fa: http://www.thomasproject.net/2023/01/25/cinico-comico-tragico/)
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Per capire l’ambiguità e i tentennamenti del governo Meloni nell’attuale fase di disintegrazione accelerata dell’ordine internazionale è opportuno ricordare qualcosa della storia italiana e anche, un po’, della storia culturale di questo paese.
Potremmo cominciare ricordando che Italia è un’entità che i poeti hanno immaginato femminile, ma che a un certo punto della storia moderna ha dovuto convertirsi brutalmente all’ordine maschile del progresso industriale e della forza militare senza riuscire benissimo nella transizione di genere.
Come tutti sanno il segretario fiorentino nel suo libro più celebrato definisce il potere politico proprio in base al primato del maschile.
“Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che rispettivo (rispettoso); perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano; e però sempre, come donna, amica dei giovani, perché meno respectivi, e più feroci e con più audacia la comandano.” (Niccolò Machiavelli: Il principe, paragrafo XXV)
Il principe è colui che con la forza possiede e soggioga ai suoi voleri la Fortuna, imprevedibilità degli eventi mondani, ché la Fortuna è femmina e volentieri si sottomette a chi la brutalizza. Naturalmente il primo ministro Meloni questo lo sa benissimo.
Occorre dunque farsi maschi, se si vuole machiavellicamente gareggiare nella contesa del combattere e dell’accumulare, anche se la bellezza delle città d’Italia sta proprio nella loro femminile irregolare sensualità.
Nel Novecento la questione si fece drammatica, ecco allora che il Futurismo mostra i muscoli e i bicipiti, promette avventure strabilianti adora la macchina e disprezza la donna e l’Italietta.
In generale la storia delle nazioni ha qualcosa di ridicolo, ma la storia nazionale italiana è ridicola a massimo grado, anche se disgraziatamente rotola nel tragico ogni qual volta i proclami e le pose devono misurarsi con la realtà delle guerre nazionali o della competizione economica.
Diciamo che l’Italia è un tentativo maldestro e mal riuscito di transizione o forse di travestimento. Ecco allora l’esibizione di una virilità esagerata, le caricature come Roberto Vannacci e Matteo Salvini, ecco allora le défaillance, i momenti di sbandamento e incertezza al momento di compiere scelte che i veri maschi compiono senza tentennamenti ma l’incerta matria che si vuole patria non riesce a compiere senza pentimenti, voltagabbanismi e susseguenti inevitabili disfatte.
Potremmo parlare dell’azzardo del 1915, quando folle di esagitati studentelli e piccolo borghesi pretendevano l’intervento nella guerra europea. Poco importa dove, e poco importa a fianco di chi, e soprattutto poco importa perché. Dovevamo batterci per cancellare il ricordo dell’Italietta, la svergognata femminella crepuscolare. Alla fine si decise di farla comunque, quella guerra. Era del tutto inutile, dal momento che gli austriaci avevano promesso la restituzione dei territori irredenti (e anche un poco irridenti).
Si voleva combattere, accidenti (irridenti irredenti accidenti, qui si parla di cose dementi).
Si voleva combattere e si combatté.
Naturalmente fu una catastrofe.
“O Gorizia tu sia maledetta
per ogni cuore che sente coscienza”
cantavano gli alpini mandati a morire a plotoni
“Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu.”
Finita la guerra con la vittoria delle potenze dell’Intesa cui l’italia si era accodata in extremis per far bella figura, il presuntuoso presidente Wilson chiamò tutti a Versailles. Gli italiani furono trattati, come meritavano, da voltagabbana inaffidabili e inetti. L’Italia aveva tradito i suoi alleati (che erano Austria e Germania), aveva dato prove militari disastrose, aveva vinto la guerra perché stava dalla parte dei vincitori.
Emanuele Orlando, primo Ministro del Regno d’Italia, dichiarò che in quella guerra l’Italia aveva sofferto cinquecentomila perdite più novecentomila feriti.
Mezzo milione di persone morte per niente, perché quell’intervento fu completamente inutile, insensato, autolesionista.
Tragico, ma la conclusione a Versailles nel 1919 fu comica.
Orlando e Sonnino rappresentavano l’Italia al Congresso che doveva decidere (e decise, purtroppo) le sorti del mondo. I due tentarono disperatamente di dare un’immagine maschia del loro paese, ma non ci riuscirono tanto bene.
Umiliati i rappresentanti italiani abbandonarono il Congresso.
Da quel momento Mussolini iniziò la sua ascesa verso il potere.
Ricapitoliamo gli eventi precedenti per chi non li ricorda bene.
Quando, nel 1914, l’attentato di Sarajevo diede avvio al conflitto, l’Italia doveva decidere se starsene in pace o partecipare a una guerra che non la riguardava. Gli italiani erano alleati degli imperi centrali, Austria e Germania, ma nel trattato d’alleanza c’era una clausola che li esautorava dall’intervenire. L’alleanza aveva carattere difensivo, e poiché l’Austria aveva attaccato la Serbia per vendicare la morte del povero Francesco Ferdinando, l’Italia poteva dire ce ne stiamo fuori.
Ma no.
Bisognava cancellare la neghittosa femminuccia e affermare un’immagine virile, dunque in guerra bisognava entrarci anche se non era chiaro né come né perché.
Nella primavera del 2015 gli italiani Orlando e Sonnino andarono a Londra dove venne firmato un Trattato nel quale agli ingenui italiani, Lloyd George e Clemenceau promisero mare e monti in cambio dell’entrata italiana nella guerra.
“Vi diamo la Dalmazia e l’Istria, vi diamo l’Albania vi diamo un po’ di Grecia e magari anche un po’ di Turchia.” promisero l’inglese e il francese, così gli italiani entrarono in guerra e presero un sacco di inutili legnate.
Ma quando, dopo la fine della guerra Orlando e Sonnino si recarono a Versailles per regolare le cose del mondo, credevano di essere trattati come vincitori. Invece francesi e inglesi li trattarono come i parenti poveri che hanno troppe pretese sull’eredità. I fetenti avevano dimenticato tutte le promesse del Trattato di Londra. Se ne fottevano insomma di quei due italiani, che come Totò e Peppino stavano sulla soglia col cappello in mano, mentre Mussolini e D’Annunzio agitavano le folle nelle città italiane.
A Caporetto erano morti centomila giovani arrivati da ogni paese della penisola, che non sapevano neanche che andavano a fare.
Come dare forma sensata tutto questo? Il nazionalismo è troppo idiota perché si possa parlarne in modo sensato.
Ma adesso è tornato di moda.
E allora pensiamo anche all’altra entrata in guerra, quella del 1940. Anche in quell’occasione il comico non manca, anche se il cinico prevale decisamente, e il tragico emerge dall’impasto ributtante di cinico e di comico.
Nel 1939 maturano gli effetti del Congresso di Versailles. John Maynard Keynes, che aveva partecipato al Congresso in qualità di diplomatico, scrisse un libro dal titolo Le conseguenze della pace per mettere in guardia dall’umiliazione della Germania (e dell’Italia). Ma chi se ne frega di Keynes e dei suoi consigli.
L’umiliazione genera mostri, e l’umiliazione che francesi e inglesi inflissero alla Germania generò il mostro più spaventoso di tutti, il nazismo.
L’umiliazione inflitta a Sonnino ed Orlando generò un mostriciattolo appena un po’ meno ripugnante, il fascismo italiano.
EDIZIONE GIAPPONESE DI disertate/Quit everything
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Nel 1939 i nodi dell’umiliazione vennero al pettine e presero la forma della vendetta.
Hitler violò tutti gli accordi senza pensarci due volte, e nel settembre di quell’anno invase la Polonia, stipulò un patto di non aggressione con l’Unione sovietica, poi si precipitò verso occidente e in pochi mesi occupò il territorio francese.
Ancora una volta per il governo italiano si poneva il problema se intervenire o no. Ancora una volta, come già nel ’14, la nazione italiana era impreparata allo scontro. Mussolini fu allora costretto, contrariamente alla sua vocazione e al suo sentimento, a dichiarare una condizione di non belligeranza. L’interventismo era l’origine del suo successo politico, perciò fu assai doloroso per lui assistere alle vittorie di Hitler senza potervi partecipare.
Il gruppo dirigente fascista, a cominciare da Galeazzo Ciano, conosceva le incertezze del Duce, e i grandi gerarchi temevano il coinvolgimento nel conflitto: la guerra africana del 1936 e l’intervento in Spagna per appoggiare gli assassini franchisti avevano debilitato l’esercito italiano che non era preparato a entrare in una guerra di proporzioni continentali e ben presto mondiali.
Poi l’avanzata della Wehrmacht si fece trionfale e nella primavera del 1940 le difese francesi furono sbaragliate e i tedeschi giunsero a Parigi e la occuparono. Insomma con ogni evidenza Hitler stava vincendo la guerra. Poteva il Duce rimanere a guardare?
Non era forse il momento di correre in soccorso del vincitore?
Mussolini ruppe gli indugi a giugno.
Nell’azzardo del 1915 la nazione italiana aveva brillato per tradimento e per idiozia. Nell’azzardo del 1939 quel che brilla è il cinismo, ma l’idiozia naturalmente non manca.
Nei suoi libri Curzio Malaparte ha descritto dall’interno l’insensatezza, la mala fede e l’idiozia del nazionalismo. Fascista della prima ora (ma non dell’ultima, perché ci ripensò) Malaparte è un grande scrittore, e al tempo stesso è un cretino in senso proprio, cioè uno che si prende la libertà di rovinare la vita agli altri solo perché a lui piace l’avventura senza ragione e senza speranza.
Per spiegare il significato storico del fascismo, in un libro del 1925 (L’Europa vivente) Malaparte rivendica il Barocco come alternativa allo spirito protestante dell’Europa moderna, e questo forse ci aiuta a capire qualcosa dello specifico italiano da Benito Mussolini a Silvio Berlusconi, fino agli attuali fratelli d’Italia, con la vittoria che porta la chioma che schiava di Roma Iddio la creò.
Dopo un lungo periodo di incertezza e di mal di pancia (pare che Mussolini soffrisse di atroci dolori al ventre nei mesi in cui doveva decidere se seguire Hitler o farsi di nebbia), Mussolini trascinò il paese nel macello della guerra mondiale per non perdersi lo spettacolo, per non perdere la gloria vittoriosa eccetera eccetera.
Che volete, i fascisti sono così, quelli di ieri come quelli di oggi, con la differenza che quelli di oggi non hanno più la fremente passione giovanile futurista, ma sono geronto-futuristi incartapecoriti che agitano il rosario come l’osceno ex comunista padano che si delizia della morte per acqua di decine di migliaia di naufraghi bambini, e donne, e giovani uomini alla ricerca di salvezza in un continente di vecchi agonizzanti determinati a non concedere vita, e incapaci di provare pietà.
Quello dei nostri giorni, anche se lo chiamiamo fascismo per mancanza di parole migliori (cioè peggiori) ha il carattere di un’utopia bio-tanato-politica, se possiamo chiamarla così.
Il discorso neo-reazionario del governo Meloni ha due pilastri: incrementare la natalità di bambini dalla pelle bianca e sterminare tutti coloro che vogliono invadere il territorio che appartiene ai bianchi.
E’ un programma irrealizzabile (dunque un’utopia) che non mancherà però di provocare, e già sta provocando, mostruose conseguenze (dunque è una distopia). Utopia è il ringiovanimento forzoso di un organismo che si sta ineluttabilmente esaurendo e quindi distopicamente marcisce.
E’ difficile dare forma alla valanga di merda che accompagna il ritorno del nazionalismo. Idiota ed assassino come fu nel secolo passato, ma ancora più triste, più sordido, perché invecchiato male, irrancidito e demente.
Mi rendo conto di non avere una risposta intelligente da dare alla domanda: cosa farà il governo Italiano mentre l’Occidente sprofonda nella disintegrazione?
Non è facile perché dell’idiozia non si può dire niente di intelligente.
Ma purtroppo bisogna sforzarsi perché ci sono momenti (e questo è uno di quelli) in cui l’idiozia è incontrastata signora del mondo.
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Istubalz 2022




