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Via Marsala, Bologna
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Una poesia di Wislava Szimborska
I bambini di Varsavia
Là, nella più fervente delle nostre città
Sprofondano coi visi nel sangue rappreso
Corpi bambini.
Primo gioco alla guerra, non per finta,
Prima spavalda partenza.
Qualcuno mostra come. Prova. E’ una scemenza.
Sparare è così facile. Non sbaglia il colpo.
Prima avventura. Autentica, da grandi.
Stringe una bottiglia di benzina, caparbio e accorto.
Ieri tre carri armati, oggi toccherà a un quarto.
Mani impazienti anticipano l’ordine.
Attraverso la città che cade a pezzi, tra fiamme che nessuno riesce a domare,
Armata di pugni chiusi, congelata nel grido,
Avanza in una fitta, calda grandine di spari
La crociata dei ragazzini di strada.
Per gli occhi il ricordo fresco è un affanno,
Ma le nostre mani ci credono, lo sanno.
Le mani chiamate a reggere il peso del mondo lo sanno.
Il mondo rivivrà senza spettri di guerra,
Per gli anni calpestati pagherà fino in fondo,
E credono a un nuovo ordine e ritmo.
…forse anche per questo ci strozza ogni momento
Un perché, il più mesto,
Un silente “ma ha senso”
- corpi di bambini caduti.
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Leggo questo testo, che fa parte della prima raccolta di poesie di Szimborska (pubblicata da Adelphi col titolo Canzone nera), come se fosse dedicata ai bambini dei territori occupati della Cisgiordania o di Gaza.
Bambini palestinesi di Gaza e Cisgiordania hanno preso il posto dei bambini ebrei di Varsavia.
I soldati di Tsahal hanno preso il posto delle SS.
La striscia al posto del ghetto.
Ma c’è una differenza: nel 1944 Szimborska ci diceva che grazie al sacrificio di quei bambini il mondo rivivrà senza spettri di guerra. Oggi sappiamo che la morte di quei bambini che tirano pietre ai nazisti di Tsahal non inaugura un mondo senza guerra, perché se Auschwitz è tornato dopo Auschwitz, se la guerra è tornata dopo Hiroshima, allora vuol dire che non c’è futuro umano per gli umani.
Che solo chi diserta la storia umana dà un senso alla vita che non ha chiesto di vivere.
Via Santo Stefano, Bologna
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Venerdì 16 maggio alla Libreria Aleph di Milano si è tenuta la PRESENTAZIONE di Pensare dopo Gaza
Qui sotto il link per accedere alla registrazione dell’incontro:
https://www.facebook.com/effimera.info/videos/679040808064943
Una recensione di Rachele Cinerari:
https://www.iltascabile.com/recensioni/pensare-dopo-gaza-franco-bifo-berardi/
la presentazione di Pensare dopo Gaza al centro sociale Bocciodromo a Vicenza
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L’infamia tedesca il genocidio israeliano
<La distruzione della Palestina è anche la distruzione di Israele». dice Omri Boehm, filosofo israeliano e professore associato di filosofia alla New Yorker New School for Social Research . La sua visione critica del governo Netanyahu è stata ospitata da molte pagine della stampa di sinistra tedesca, ma l'ambasciatore israeliano in Germania Ron Prosor ha protestato in maniera così feroce che l’intervento di Boehm per l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Buchenwald è stato rimandato per compiacere gli israeliani.”
(vedi: DOMANI del 16 maggio).
Il DOMANI PUBBLICA un’intervista con Omri Boehm: il filosofo mette in questione l’ipocrisia dei liberal-democratici occidentali che hanno continuato a parlare dei due stati come soluzione, mentre è da tempo evidente che Israele punta alla pulizia etnica.
https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/boehm-diritto-di-obbedire-israele-federazione-binazionale-jm6gh591
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infamia, deportazione genocidio
DEPORTAZIONE e Re-migrazione sono le parole che definiscono la politica, apertamente nazista e genocidaria, delle forze che si stanno impadronendo del potere in gran parte del mondo occidentale. Il progetto di Trump, Meloni, Netanyahu è la costruzione di una sorta di Gulag Globale nel quale ammassare milioni di uomini donne e bambini.
La lezione di Stalin e di Hitler viene così messa a frutto come programma di normale gestione dell’iper-colonialismo. Sfruttamento schiavistico della forza lavoro migrante, e contemporaneamente eliminazione, internamento, deportazione della popolazione migrante eccedente.
L’Europa è complice del genocidio israeliano. Ma la Germania si spinge nella sua complicità fino a cancellare la libertà di parola in nome della solidarietà con i nazional-sionisti.
Nei mesi passati gli esempi di repressione delle voci critiche nei confronti del genocidio si sono moltiplicati: Yanis Varoufakis è stato fermato alla frontiera per impedire che potesse tenere un discorso a Berlino. L’Università di Colonia ha cancellato l’invito rivolto a Nancy Fraser perché la filosofa ha firmato una lettera di solidarietà con i palestinesi.
Gli episodi di discriminazione e repressione contro chiunque nel mondo artistico o intellettuale osa prendere posizione contro il genocidio si sono moltiplicati, e il silenzio degli intellettuali tedeschi (ma esistono?) è stato assordante, come assordante fu il silenzio del popolo tedesco negli anni successivi al 1933.
L’infamia tedesca non sta solo nella decisione di appoggiare simul ac cadaver il genocidio sionista - ma anche nell’omertà quasi assoluta delle forze politiche, della stampa, dell’accademia. Come un secolo fa.
Come un secolo fa, anno più anno meno, la politica del Cancelliere Merz punta a rilanciare l’economia con il riarmo. Adolf Hitler rilanciò l’economia tedesca, occorre riconoscerlo. Il rilancio costò cinquanta milioni di morti.
Quanti morti costerà il rilancio dell’economia tedesca da parte di un governo infame che non ha la maggioranza in Parlamento, mentre i nazisti putinisti dell’AFD sono il primo partito nei sondaggi?
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Via Santo Stefano, Bologna
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Il codino del Barone di Münchhausen
Su L’Internazionale del 9 maggio esce la traduzione di un articolo di Naomi Klein pubblicato dal Guardian. Titolo I FASCISTI DELL’APOCALISSE.
Naomi Klein parte da una constatazione condivisibile: il movimento ultra-reazionario trumpista che distrugge l’ambiente e scatena un’offensiva razzista e genocidaria contro i migranti in tutto l’occidente, ha conquistato l’attenzione e l’appoggio della maggioranza della popolazione occidentale con l’esasperazione del sentimento apocalittico - che diviene sempre più forte proprio per effetto delle politiche distruttive del trumpismo.
Klein conclude con un appello alla buona volontà e con l’affermazione che prima o poi la maggioranza della popolazione si renderà conto di essere stata ingannata.
Ma come interrompere questo delirio apocalittico? Naomi risponde che “dobbiamo contrastare la narrazione apocalittica con una narrazione migliore su come sopravvivere senza lasciare nessuno indietro.”
Ottimo proposito, non c’è dubbio, ma inconsistente. Cosa vuol dire “narrazione migliore”, e soprattutto quale soggettività collettiva sarà capace di restaurare la ragionevolezza e la democrazia?
La narrazione apocalittica descrive realisticamente la situazione creata da quarant’anni di neoliberismo (appoggiato e promosso dalle forze democratiche), molto meglio di quanto faccia la sinistra ben intenzionata ma incapace di riconoscere la realtà e di interpretare l’inconscio contemporaneo. Per questo l’ultra-reazionarismo vince, perché è in sintonia con la percezione collettiva, con il nichilismo di massa prodotto da quarant’anni di assolutismo del capitale.
L’apocalissi non è una fake news, ma il sentimento comune e il solo scenario realistico.
Quanto alla possibilità di uscire dal gorgo grazie a una “narrazione migliore”, mi viene in mente il Barone di Munchaausen, il quale, caduto in una fossa e non sapendo come uscirne si sollevò afferrandosi il codino e tirandolo verso l’alto.
Il benpensantismo della democrazia liberale ha perduto ogni presa sull’immaginario. La democrazia liberale agonizza, e promuove la guerra come ultima risorsa. Occorre imparare a muoversi sullo stesso piano immaginario su cui si muove il pensiero apocalittico, perché meglio descrive la prospettiva in cui siamo incapsulati.
Dopo avere contribuito alla privatizzazione di tutto, dopo avere aperto la porta ai fascisti, la sinistra non è in grado di capire che le promesse della democrazia sono svanite e non torneranno. Perciò ripropone parole e progetti che sono servite in passato a coprire la devastazione neoliberale, e oggi hanno perduto ogni credibilità.
Non usciremo dall’abisso prendendoci per il codino. Dobbiamo abituarci all’idea che vivremo in questo abisso, e solo la solidarietà tra disertori ci permetterà di vivere nei prossimi anni.
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A/traverso 1081
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50 anni A/traverso
50 anni fa (nella primavera del 1975) iniziava le pubblicazioni A/traverso.
Oggi quella rivista si trova nell’Archivio delle avanguardie del Novecento dell’Università di Yale. Il trasversalismo Mao-dadaista fu il punto di arrivo di una traiettoria che era cominciata con il Manifesto futurista del 1909.
La storia delle avanguardie comincia con l’esaltazione dell’accelerazione tecnica, e termina con l’apocalisse punk e trans-futurista.
Nella sua prima fase, tra il 1975 e il 1977, A/traverso dichiara:
Il comunismo è libero e felice / una cento mille Radio Alice.
Poi, nella primavera del 1977, grida: La rivoluzione è giusta possibile necessaria, o almeno probabile.
Nel settembre 1977 A/traverso lancia lo slogan:
Per favore non prendere il potere,
ed infine dichiara:
La rivoluzione è finita, abbiamo vinto!
Infine, passata l’ebbrezza Mao-dadaista, nel passaggio dagli anni ‘70 agli anni ‘80 del punk, A/traverso vide l’inizio della
Traversata del deserto
(della quale non vedremo la fine), e sentì nelle orecchie Il Ronzio della meta-macchina
che ha sommerso ogni altro suono del mondo.
Nelle prossime settimane IL DISERTORE proporrà una rivisitazione di quell’esperienza artistica, culturale e politica, e pubblicherà qualche articolo dalla rivista.







