Lo sfacelo
"Rosso pompeiano" un film di Prescillia Martin con Gaia Forte e Oreste Scalzone al Nuovo Nosadella di Bologna, martedì 12 maggio ore 20.30
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Rosso pompeiano,
un film di Prescillia Martin
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Emiliano Antes torna a Napoli dopo quaranta anni di esilio in Francia.
Io lo conosco questo Emiliano Antes, lo abbiamo tutti conosciuto quando, quasi sessanta anni fa, guidava un corteo di studenti del movimento studentesco romano con un vistoso gesso ortopedico perché qualche giorno prima i fascisti gli avevano tirato una panca di legno da una finestra della facoltà di giurisprudenza. Si chiamava Oreste Scalzone, e quando le immagini dell’aggressione circolarono sui giornali Oreste divenne l’eroe del movimento studentesco italiano.
Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare di un film di Prescillia Martin nel quale Oreste è Emiliano.
La performance di Oreste è meravigliosa. E struggente. Penso che nei sessant’anni da quando lo conosco Oreste abbia sempre recitato. Quando prendeva il treno per andare a costituire microfrazioni militanti, quando arringava gli operai di Porto Marghera, quando si precipitava nottetempo dalla Fiat occupata di Torino all’università di Roma, quando veleggiava con Gian Maria Volonté verso l’esilio, quando suonava l’accordeon nei locali notturni parigini Oreste ha sempre recitato.
Ma questa volta la performance è di struggente intensità. E sapete perché? Perché Emiliano Antes-Oreste è vecchio, vecchissimo, decrepito, scheletrico, tremante sul suo bastone, e la sua voce esile e roca sembra rompersi e la bocca si contorce in una smorfia di dolore.
Rosso pompeiano è un film che porta un messaggio ambiguo. E questo costituisce il suo fascino, e la sua ricchezza poetica, e anche il suo contributo alla comprensione di dove siamo, e di dove stiamo andando.
Priscillia Martin è una regista giovane, potrebbe essere la nipotina di Oreste Scalzone. Non so come abbiano fatto a capirsi, anzi per dire la verità sospetto che non si siano affatto capiti. Chissà cosa vuole dirci Oreste, chissà cosa vuole dirci Priscillia.
Però a me poco importa cosa vogliano dirci quei due.
Io ho capito tutto. Magari ho capito qualcosa che non volevano dirmi né l’uno né l’altro. Ma questa si chiama libertà dell’interpretazione di un’opera che non ha nessuna lezione da impartirci.
Quali lezioni possiamo impartire noi della generazione di Oreste che è anche la mia?
Non possiamo impartire nessuna lezione, però possiamo dire che abbiamo vissuto intensamente il divenire del mondo nei quasi sessant’anni che ci separano dall’anno 1968.
Abbiamo accompagnato il dissolversi della speranza, e lo sprofondamento del mondo nello sfacelo irrimediabile in cui viviamo oggi. Lo abbiamo accompagnato come testimoni, come protagonisti, come colpevoli di qualcosa e come vittime di qualcos’altro.
Napoli, una città che si presta fin troppo alle mitologie e all’estasi visiva, compare qui come il luogo di una decadenza che si trascina da sempre.
Una decadenza che comincia ancor prima dell’oggetto che decade.
Forse è questa la verità più profonda di Napoli: per quanto i greci l’abbiano nominata città nuova, è sempre stata il luogo della degradazione, della disintegrazione, il luogo del venir meno, il luogo della caducità.
Cioè il luogo umano per eccellenza.
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Ambiguo è il messaggio del film, dicevamo. Possiamo leggerlo come un film sulla continuità del rifiuto dell’ordine presente, dell’irriducibile volontà di battersi contro ogni ingiustizia e contro ogni oppressione. Ma se ci limitiamo a questa lettura finiamo per mentire a noi stessi.
La rivoluzione è finita da decenni, e abbiamo perso.
Non abbiamo perso noi, non io e Oreste e i nostri sparuti compagni che peraltro a questo punto sono quasi tutti morti.
No. L’ha persa il genere umano nella sua interezza, che infatti si incammina tristemente verso la demenza senile e verso la guerra. L’hanno persa i lavoratori che un tempo ottennero la riduzione dell’orario di lavoro a quaranta ore e oggi non hanno più orario perché tutta la loro vita è sottomessa allo schiavismo salariato.
Ma possiamo anche leggerlo come un film sullo sfacelo, e questa è la mia lettura.
Sfacelo vuol dire irrimediabile disgregazione di un organismo, di un luogo, di un’anima.
Il titolo del film, “rosso pompeiano” fa riferimento al color di alcune costruzioni di una città che scomparve sotto la lava e la polvere dei secoli. Una civiltà scomparsa, una città della quale possiamo ancora riconoscere alcuni segni, ma che non risorgerà mai più.
Gli anni ’70 ai quali Emiliano Antes fa riferimento sono lontani, molto più lontani dei cinquant’anni che risultano dal calendario. Il tempo storico non si misura con il calendario, si misura con la velocità e l’intensità degli eventi che riempiono quel tempo, che lo sconvolgono, che lo allontanano o lo avvicinano.
Quel che è accaduto negli ultimi cinquant’anni equivale a un tempo mentale dieci, cento volte superiore a quello che ci dice il calendario.
L’ambiente urbano, l’ambiente tecnologico, il modo in cui si muovono i corpi, perfino il modo in cui la mente reagisce agli stimoli, tutto è cambiato secondo linee che non avevamo immaginato neppure nelle più fosche distopie.
Il mondo che si configura negli anni che culminano con il ’68 è definitivamente scomparso, e può tornare solo come un sogno confuso o forse come un incubo. Quegli anni furono l’ultimo momento della storia umana in cui fu possibile pensare il futuro, e attenderlo senza provare paura.
Il film di Priscillia Martin mi è parso come un incubo. In quell’incubo si muovono figure prive di presente, fantasmi di un passato che fu felice ma che ora si ripresenta in ambienti cadenti, umidi, oscuri, spesso incomprensibili.
La storia è quella di un’abitazione abitata da una trentina di persone (forse di più? Forse di meno?) che a un certo punto ricevono la comunicazione di sfratto, perché la persona che permetteva loro di vivere in quegli ambienti, il proprietario per dire così, è morto. Era un vecchio militante di una formazione armata. Le Brigate rosse? No, non proprio le brigate rosse, ma una delle altre innumerevoli micro-frazioni combattenti che comparvero per alcuni anni nelle città italiane.
Emiliano Oreste è venuto a Napoli per partecipare al funerale di questo suo vecchio amico e compagno, per gettare un fiore rosso sulla corona di fiori bianchi. Trovandosi a Napoli Emiliano partecipa alle assemblee in cui gli abitanti del luogo discutono sul che fare di fronte allo sfratto. C’è un’assemblea in cui si pronunciano discorsi, si prendono decisioni, si elaborano tattiche e strategie. Incubi, parole antiche, slogan che non hanno alcuna relazione con il mondo reale.
Un sentimento di angoscia è diffuso in ogni atto, in ogni incontro… ma in alcuni momenti l’angoscia si sospende per un attimo, come quando quattro donne di età diversa stanno sul tetto a stendere lenzuola e cantano “io te voglio bene assai e tu non pensi a me….”
Il non senso aumenta con il passare dei minuti, con il susseguirsi delle scene. A un certo punto, in una scena che a mio parere ha qualcosa di inquietante e di sublime, nel buio della notte incombente c’è un attacco dei fascisti, e allora ecco che qualcuno getta secchiate di acqua dall’alto sui corpi configgenti di qualcuno che si azzuffa con qualcun altro. Secchiata dopo secchiata l’acqua invade la via.
Oreste si muove tra questi giovani occupanti incerti sul che fare osservando, ascoltando, suggerendo.
In più momenti parla della memoria. Non dobbiamo dimenticare, dice.…
Ma non è chiaro cosa dovremmo ricordare. Come in un incubo pare che si debba ricordare qualcosa che però è annebbiato, qualcosa che non sappiamo neppure se è accaduto veramente, e che forse provoca nostalgia, ma forse provoca dolore.
Per me al contrario questo Rosso pompeiano è un film sulla virtù dell’oblio, sull’urgente necessità di dimenticare. La memoria non ha più alcuna vitalità, nulla di ciò che abbiamo appreso nel passato ci potrà mai più servire a niente.
Alla luce della fenomenale sconfitta del movimento operaio la storia umana appare come maledetta ripetizione delle tragedie ignobili del passato, e la sola speranza che possiamo nutrire è che questa storia non continui, che non si ripeta e che non evolva - che si dissolva.
Lo sfacelo del resto è l’inizio del divenire nulla.
Di questo film ho amato la tenerezza con cui l’occhio di Priscilla Martin ha voluto guardare allo sfacelo. La bellezza struggente delle immagini scrostate, cadenti. E la performance di Oreste, che è a mio parere una lezione sulla miseria senza speranza della condizione umana, ma anche sulla dignità con cui possiamo vivere l’agonia.




