L'uomo morto
25 anni dopo Genova lo schiavismo è forma di produzione prevalente, il genocidio è programma di governo, e l'omicidio modello dei rapporti tra potere e società.
Venticinque anni fa (Genova a luglio, Manhattan a Settembre) il comando generale del capitalismo globalista (Bush, Blair), e le mafie di nuova generazione (Berlusconi, Putin), riuniti sotto l’ombrello del G8, scatenarono la guerra civile globale. Il nemico da sconfiggere era l’umanità.
Da allora a oggi abbiamo assistito, sempre più impotenti, all’instaurazione di un sistema di sfruttamento schiavistico del lavoro, al ritorno del razzismo colonialista, alla politica di deportazione, al genocidio.
Il terrore è la normalità dell’epoca terminale in cui siamo entrati.
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l’individuo al centro della foto con la maglietta “Grazia subito” ritiene che sia lecito uccidere chi sta scappando dopo avere cercato di rubarti il portafoglio. Per lui, in nome della proprietà, è lecito uccidere chi sta fuggendo.
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Bologna, 43enne di origine marocchina ammanettato muore durante un intervento della polizia. Le urla dell’uomo: “Aiuto, basta!”
L’omicidio di Abderrahim Fakir, ucciso da poliziotti al Pilastro di Bologna il 19 luglio non è che l’ultimo anello della catena di disumanità.
Come George Floyd, Abderrahim Fakir è stato ucciso perché la ferocia e la demenza hanno preso il posto della solidarietà e della consapevolezza.
Sempre più la ferocia e la demenza sono le fonti del potere politico: un potere che si fa aggressivo e feroce quanto più si rivela incapace di governare la disintegrazione sociale e il collasso ambientale.
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A Bologna sembra di vedere l’Ice
19 Luglio 2026 ARTICOLO 21
Non ci sono ancora elementi sufficienti per una valutazione completa, ma quello che è accaduto a Bologna si presenta, come immagini, identico agli assalti dell’ICE negli Stati Uniti e quasi sovrapponibile ai filmati dell’uccisione di George Floyd a Minneapolis nel 2020. Abderrahim Fakir, marocchino da decenni in Italia, era in stato di agitazione emotiva in una strada del quartiere Pilastro, periferia di Bologna, dove si era recato da parenti. Alcune persone hanno chiamato le forze dell’ordine. La polizia è arrivata per prima, lo hanno bloccato spruzzando spray al peperoncino. Ma qualcuno riprende tutto con il cellulare e allora si vede che l’uomo già fermato viene tenuto a terra con la testa schiacciata sull’asfalto e le braccia bloccate dalle fascette. Grida aiuto, sembra dire che non respira. Intorno sono arrivati i sanitari del 118. Il filmato dura circa 5 minuti. Poi silenzio. Fakir tace. lo tengono ancora schiacciato a terra. Poi viene girato ed è chiaro a tutti che è morto. I parenti urlano, i filmati cominciano ad andare in giro. Siamo dunque arrivati a questo?
Stasera è già in corso una veglia al Pilastro, domani il presidente della regione De Pascale e il sindaco Lepore hanno chiamato a raccolta i cittadini nella piazza del Nettuno, per chiedere che venga fatta piena luce sui fatti e dare solidarietà a tutto il quartiere. Ogni cittadino democratico che crede nelle forze dell’ordine si augura che sia stata solo una tragica disgrazia, ma il pensiero di tutti noi, soprattutto della nostra comunità di Articolo21, non può non correre con la memoria a Stefano Cucchi, a Federico Aldrovandi. Stiamo scivolando verso il baratro. E non si può non ripensare alle recenti parole di Giorgia Meloni rivolte proprio ai poliziotti: “Lo Stato vi copre le spalle” ha sentenziato la Meloni un paio di giorni fa. Di conseguenza ora si sentono autorizzati ad ispirarsi all’ICE.
Mele di un albero marcio
INFOAUT 20 luglio 2026
L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo.
Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele marce: è l’albero ad essere marcio. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è vincolante ma totalmente arbitrario.
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il disagio mentale
La questione forse più importante, di cui nessuno sembra occuparsi, riguarda le forme del malessere. Continuiamo ad assistere a eventi gravissimi, compresi molti omicidi, di cui non riusciamo in alcun modo a determinare moventi plausibili. Se provassimo a fare un elenco (e non ci vorrebbe molto) dei casi recenti in cui il movente mancava e non s’è mai trovato, si arriverebbe a concludere che oggi una parte consistente degli episodi di violenza (sospetto almeno un 50%) è da considerare conseguenza esclusiva di disagio mentale (compresi gli attentati a Trump).
Per quello che riguarda i migranti, un’analisi realistica delle condizioni in cui sono costretti a vivere fornirebbe una spiegazione delle loro manifestazioni di disagio. E questo lo dico senza togliere nulla all’evidenza che ci sono casi, e non sono pochi, in cui i traumi accumulati (anche nei loro territori d’origine) sono talmente gravi da non consentire semplificazioni a buon mercato nel segno del wishful thinking. Ma proprio in circostanze così drammatiche è del tutto fuorviante attribuire le ragioni di comportamenti violenti alla religione o alle componenti culturali o ideologiche di queste persone. Questo è soltanto volgare sciacallaggio politico. Prima di prendersela con un ragazzino afghano che dà i numeri e alza le mani, attribuendo la colpa all’Islam, ci dovremmo chiedere in che modo abbiamo ridotto il suo paese e perché è stato costretto ad allontanarsene.
( Rattus Norvegicus: dalla mailing list di Neurogreen)
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Genova luglio 2001
A Genova, nel luglio del 2001 due generazioni di attivisti che provenivano dai movimenti operai e studenteschi degli anni ‘70 e dal movimento della Pantera del ‘90, cominciarono a capire che la sconfitta dell’egualitarismo operaio significava inizio di un’epoca di violenza di tutti contro tutti.
Segnali di pericolo provenivano da vari luoghi del mondo, nei giorni precedenti il summit del G8.
Il crollo dell’economia argentina sulle prime pagine dei giornali finanziari. Sotto il comando economico di Domingo Cavallo l’Argentina aveva applicato in maniera fanatica gli ordini del Fondo Monetario Internazionale. Dollarizzazione della economia nazionale per contrastare l’inflazione, riduzione drastica della spesa pubblica, immiserimento accelerato delle classi medie, subordinazione della produzione all’economia globale. Tutto questo per garantire il paradiso liberista. Il debito è cresciuto di anno in anno per rendere possibili le privatizzazioni, fin quando, proprio nei giorni precedenti il summit di Genova, con perfetta intempestività, lo Stato fu costretto a dichiarare bancarotta. Non abbiamo più il becco di un quattrino per pagare il debito, né per pagare le spese correnti. Siamo rovinati.
Poi c’erano le minacce del governo italiano. Trecento bare arrivano a Genova, scrissero i giornali per seminare il terrore.
La polizia attaccò il corteo senza alcuna ragione. I cordoni di ragazzi che marciavano dietro uno scudo di cartapesta e di gommapiume furono aggrediti selvaggiamente, dispersi, inseguiti, colpiti senza alcuna motivazione. Alcuni furono isolati da gruppi di poliziotti, e manganellati furiosamente, presi a calci mentre erano a terra. Un ragazzo fu ucciso.
Qualcuno voleva che la situazione precipitasse, che la violenza prevalesse: nei giorni successivi sapemmo che durante tutte le giornate nei locali della Questura aveva preso posizione il vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini leader di Alleanza nazionale, un partito diretto da un gruppo di ex picchiatori fascisti come La Russa, Alemanno. Quel partito oggi si chiama Fratelli d’Italia e governa il paese.
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Lo Stato italiano è stato condannato per le violenze poliziesche compiute nella caserma di Bolzaneto. Ma gli assassini di Carlo Giuliani sono oggi al governo.
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Orrore a Bolzaneto
Nei giorni seguenti leggemmo quel che era successo agli attivisti arrestati e deportati a Bolzaneto in una caserma vicina a Genova.
‘’Stavamo entrando nei sacchi a pelo quando abbiamo sentito urlare ‘arriva la polizia’. Qualcuno ha chiuso il portone della scuola, noi ci siamo messi contro il muro con le mani alzate. Non è servito a nulla. Gli agenti hanno cominciato a picchiarci con il manico dei manganelli, a tirarci addosso sedie e banchi. Ci riparavamo la testa con le mani. Ma non si sono fermati finche’ nella scuola non hanno fatto il loro ingresso dei funzionari in borghese’‘. Anna Martinez, 25 anni, assistente sociale, e Jose’ Luis Sicilia, 41, impiegato delle poste, entrambi di Saragoza (Spagna), ‘’rifugiati’‘ nel loro consolato a Genova dopo essere stati dimessi dall’ ospedale, hanno accettato oggi di raccontare la loro notte ‘’da dittatura sudamericana’‘ - cosi’ la definiscono - nella scuola Diaz quando la polizia ha fatto irruzione, la notte tra il 21 e il 22 luglio. Erano venuti a manifestare a Genova insieme ad altri 11 militanti spagnoli del ‘’Movimento di resistenza alla globalizzazione’‘, un’organizzazione eco-pacifista di impronta anticapitalista. ‘’Poliziotti italiani non vorremmo vederne mai piu’‘, dicono. Anna Martinez ha ecchimosi in varie parti del corpo e un braccio rotto, ‘’spezzato - racconta - da una manganellata mentre cercavo di ripararmi la testa, rannicchiata contro il muro durante il pestaggio’‘. Jose’ Luis Sicilia, accanto a lei, mostra ai fotografi la schiena: tutto il fianco sinistro, la spalla e il braccio sono violacei e blu, ecchimosi estese. Sulla testa ha una ferita, ricucita con cinque punti dai medici. ‘’E’ stato terrore puro - racconta Jose’ Luis - la gente gridava, cercava di scappare ai piani superiori. Io e Anna siamo rimasti al piano terreno con le mani alzate, appiattiti contro il muro. Gli agenti hanno sfondato la porta e sono entrati: avevano addosso i caschi, il volto coperto dai fazzoletti, e in mano i manganelli e le mazze, proprio quelle mazze che oggi abbiamo visto nelle fotografie pubblicate sui giornali tra le armi che la polizia dice di aver trovato nella scuola’‘. ‘’Mentre ci picchiavano - prosegue Jose’ Luis - urlavano ‘bastardi comunisti, adesso vi ammazziamo’. Mi hanno colpito alla testa e poi, mentre stavo rannicchiato, al fianco, ripetutamente. Erano in dieci, sembravano impazziti. Colpivano con il manganello, squarciavano la pelle, ci colpivano a calci. Ma non bastavano i manganelli, erano infuriati, prendevano le sedie e i banchi e ce li sbattevano addosso’‘. Sara’ durato tutto forse 20 minuti - rammenta l’ impiegato delle poste spagnole -, ma sono sembrate un’eternita’. ‘’E’ accaduto tutto a luce spenta - precisa -, sentivamo le urla e i pianti degli altri accanto a noi e ai piani superiori’‘. ‘’Quando sono entrati i funzionari in borghese - prosegue Anna Martinez - hanno insistito perquisendo i nostri zaini, ma non era una perquisizione, si limitavano a rovesciare tutto per terra, per rompere, distruggere, umiliare. Poi, sono arrivate le ambulanze, ci hanno portati all’ospedale: anche li’ polizia dappertutto, non ci permettevano di avvisare i familiari e neppure il nostro consolato’‘. Chabier Nogueras Corral, 36 anni, artigiano laureato in giurisprudenza, non ha avuto la stessa fortuna dei due compagni Anna e Jose’ Luis: lui ha una gamba ingessata fino all’ inguine (frattura del perone) ed ecchimosi in diverse parti del corpo, e racconta che, dopo essere stato medicato, e’ stato trasferito nella caserma della celere a Bolzaneto. “Con una sedia, dentro la scuola - racconta - mi hanno spezzato la gamba e poi mi hanno picchiato. Ma il peggio, dal punto di vista psicologico, e’ venuto dopo, nella caserma: sono arrivato con le radiografie sotto braccio, un agente me le ha strappate di mano e le ha sparse per terra. Poi sono state ore di insulti e umiliazioni. Appena arrivavamo ci marcavano con un pennarello sulla faccia, prima dell’ identificazione. Un agente mi ha sferrato un calcio alla gamba ingessata’‘. ‘’Io mi chiedo - conclude - come la polizia abbia potuto agire in una situazione di totale impunita’. Ho paura per voi italiani, perche’ ho l’ impressione che nel vostro Paese ci sia un regresso agli anni del fascismo. Un’ impunità simile puo’ essere garantita solo da una copertura politica’‘.
Un infermiere in servizio presso la caserma di Bolzaneto ha dichiarato a un giornalista televisivo di aver assistito ai maltrattamenti nella caserma di Bolzaneto - “Ho visto violenza e maltrattamenti a dei ragazzi che avevano l’età miei figli”. L’infermiere ha anche confermato che “alcuni del personale sanitario hanno commesso soprusi: una ragazza tedesca è venuta accompagnata da un poliziotto e aveva i denti rotti e le labbra rotte e io le ho prestato soccorso con il ghiaccio perche’ dovevo fermare l’emorragia, i denti ormai se ne erano andati. La ferita sicuramente e’ avvenuta all’interno della caserma, quando era già in stato di arresto.”. Sono rimaste tracce a Bolzaneto di queste violenze?, ha chiesto il giornalista. “I muri parlano - ha ribattuto l’infermiere - perché i ragazzi che sostavano nelle celle dovevano restare per molte ore in sosta con mani alzate e facce al muro, per cui all’altezza delle mani ci sono i segni delle mani e all’altezza del naso e della fronte ci sono tracce di sangue, perche’ venivano sbattuti contro il muro dai poliziotti che si trovavano in quel momento a fare la guardia”.
Alle testimonianze dei manifestanti si aggiungono deposizioni che provengono dall’interno dell’amministrazione penitenziaria. Parlano due infermieri che lavorano nelle carceri e durante il vertice dei Grandi erano in servizio a Bolzaneto. L’accusa più dura è per un medico che era di servizio quella sera nell’infermeria di Bolzaneto. Avrebbe dovuto curare le ferite dei ragazzi picchiati e verbalizzare l’origine delle lesioni e invece “colpiva i feriti con dei ceffoni”. “Le persone da visitare - aggiungono - venivano denudate e costrette a fare flessioni sulle gambe”. A picchiare non era, denunciano i due infermieri, solo il medico. “Abbiamo visto un detenuto portato in bagno da tre agenti. L’hanno messo in un angolo e l’hanno massacrato di botte: pugni ai reni, calci ovunque. Un altro ragazzo è stato pestato contro il muro del corridoio”. Il medico in servizio a Bolzaneto pare sia stato identificato dai magistrati genovesi. Lavora presso il carcere di Marassi ed è appassionato di arti marziali. Spesso dismette il camice per indossare la mimetica. Erano questi gli abiti che aveva nella caserma. “Ad un certo punto - raccontano ancora i due testimoni - gli agenti hanno preso una ragazza da una cella. Aveva i denti davanti rotti e sanguinava. L’avevano presa a manganellate sulla faccia. In infermeria è stata medicata. Ma il medico non ha scritto le cause del referto”. I due infermieri raccontano che era il bagno il luogo dove avveniva la maggior parte dei pestaggi. Tanto che “gli uomini preferivano non andarci”. “Ho visto - continua uno dei due dipendenti dell’amministrazione penitenziaria - un poliziotto picchiare un detenuto contro un lavandino del bagno e dirgli: Pezzo di merda ti apro la testa e ti ci piscio dentro”.





