Modello Israele
Il massacro commesso dallo Stato di Israele nel solco della “soluzione finale” occidentale e cristiana alla questione ebraica, UN SAGGIO DI DIEGO STZULWARK / PPP en el Pais de los alcahuetes
Traduzione del saggio di Diego Stzulwark pubblicato dalla rivista argentina CRISIS
https://revistacrisis.com.ar/notas/israel-como-modelo
Gaza non esige la nostra solidarietà solo perché è in corso un genocidio, le cui vittime ci commuovono profondamente. Questo è senza dubbio il punto di partenza. Ma la resistenza palestinese ha un potente significato storico che ci riguarda tutti in modo essenziale, poiché il modello militare israeliano è il talismano delle élite occidentali nella loro evoluzione fascista.
Un saggio sul cuore teologico-politico del progetto sionista.
Di Diego Sztulwark
A Paolo Virno, maestro nell’arte di individuare
la contemporaneità del non-contemporaneo.
PRIMA PARTE
Il massacro commesso dallo Stato di Israele si inscrive nel solco della “soluzione finale” occidentale e cristiana alla questione ebraica?
Il 4 gennaio 2009, il filosofo argentino León Rozitchner pubblicò un articolo intitolato Piombo Fuso sulla coscienza ebraica. L’esercito israeliano aveva lanciato un’offensiva militare sulla Striscia di Gaza col nome “Operazione Piombo Fuso”. In risposta al lancio di razzi e mortai da parte dei militanti di Hamas, lo Stato ebraico perpetrò un massacro e distrusse le infrastrutture palestinesi, invocando la retorica della “guerra al terrore” lanciata dal governo degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001.
Il bilancio delle vittime fu di circa 1.400 palestinesi (960 civili) e 14 israeliani (tre civili), un rapporto proporzionale che serve a misurare il valore della vita e che si applicherà anche allo scambio di ostaggi e persino di cadaveri.
Rozitchner scriveva mentre le bombe esplodevano. Per molti anni, mi è sembrato che questo testo, che si apriva con una citazione da una lettera profetica di Einstein del 1929, presentasse un’argomentazione definitiva sul destino vergognoso dello Stato di Israele:
Leggiamo:
“Ricordate quando, duemila anni fa, gli ebrei palestinesi, i nostri antenati nella Masada assediata, affrontarono le legioni dell’Impero Romano e si suicidarono in massa piuttosto che arrendersi? Ricordate la ribellione popolare e nazionale dei nostri Maccabei contro l’invasione romana, quando decine di migliaia di ebrei morirono e la resistenza ebraica in Palestina finì, e fummo di nuovo dispersi per il mondo? Non pensate che la stessa profonda dignità che possedevano i nostri antenati, di cui forse non siamo più degni, sia ciò che guida la resistenza dei palestinesi che ora occupano il posto che noi, come ebrei, occupavamo quasi duemila anni fa? Questo massacro commesso dallo Stato di Israele non si inscrive forse, d’altra parte, nel solco della “soluzione finale” occidentale e cristiana alla questione ebraica? Gli ebrei israeliani hanno forse perso la memoria? No: Israele è semplicemente diventato neoliberista e si è cristianizzato come i suoi persecutori europei, che, dopo averli sterminati, hanno costretto i sopravvissuti ad andare a vivere in Palestina”. con il terrore dello sterminio che grava pesantemente sulle loro spalle.”
Riconoscendosi in quella storia di perseguitati che combattono – a cui appartiene il ghetto di Varsavia – l’ebreo Rozitchner si identifica con i palestinesi la cui resistenza è erede di quel passato.
E’ questo sentimento che spinge a confrontarsi criticamente con gli effetti traumatici dell’Olocausto nazista – quel massacro di milioni di persone organizzato da uno Stato moderno che portò il giurista ebreo Raphael Lemkin a creare la categoria di genocidio.
per spiegare il trionfo della razionalità nella “soluzione finale” e nelle azioni che lo Stato di Israele compie sulla popolazione palestinese, lacerando al massimo quella che Rozitchner chiama la “coscienza ebraica”.
Il fatto cruciale, quindi, è che gli ebrei israeliani al potere hanno abbracciato la loro conversione in ebrei cristianizzati e neoliberisti. Si sono rifatti a immagine e somiglianza dei loro persecutori europei che, dopo averli annientati, li espulsero mandandoli in Palestina “con il terrore dello sterminio sulle spalle”.
La memoria degli sconfitti si pone come una profonda questione politica, poiché se gli israeliani non avessero dovuto sopprimere una parte fondamentale della loro memoria, avrebbero perso i loro potenti alleati. Una memoria approfondita avrebbe guidato il loro “ritorno” a quell’Europa che si è impossessata delle loro terre – il mondo materiale e linguistico in cui vivevano – e poi li ha esiliati. L’esercizio di una memoria politicamente dignitosa porterebbe all’identificazione degli europei cristiani – e non degli arabi musulmani – come responsabili della preparazione, dell’esecuzione e poi del profitto derivante dalla Shoah.
Come insegnano Theodor Adorno e Max Horkheimer, l’antisemitismo e il nazismo fanno parte di uno sviluppo insito nella storia europea, cristiana e capitalista. Il sopravvissuto espulso – che, terrorizzato, accetta la creazione di uno Stato di stampo europeo in terra palestinese – è incapace di integrare questa storia vissuta in una coscienza critica. Questa incapacità è alla radice del suo rifiuto di confrontarsi con quell’Occidente neoliberista, trionfante anche in Israele.
Pertanto, la memoria dell’Olocausto amministrata da Israele evita di comprendere come “il Terzo Reich” si sia prolungato nel “Quarto Reich dell’Impero americano”, di cui la stessa Israele è un tentacolo armato contro una popolazione civile assediata e assassinata semplicemente per aver resistito e osato difendersi dall’espropriazione illimitata di un territorio che avrebbe dovuto essere condiviso.
Questo trionfo dell’approccio europeo alla questione ebraica consente a Rozitchner di orchestrare un’inaspettata convergenza di due pensatori politici antagonisti, Carl Schmitt e il giovane Karl Marx, sul “fondamento cristiano dello Stato tedesco, che si estende come premessa anche allo Stato democratico”. La teologia politica cristiana – lo sfondo delle categorie politiche moderne – ha guidato l’annientamento di ebrei e bolscevichi allo stesso modo in cui guida oggi l’offensiva dell’estrema destra e la diffusione dell’islamofobia. Questo fondamento teologico-politico è ciò che sostiene le categorie amico-nemico che operarono durante lo sterminio. Annientare il giudeo-marxismo (uno spettro che oggi rivive sotto il nome di “marxismo culturale”) significava spazzare via “il materialismo ebraico come premessa del socialismo”, che, partendo dalla Natura come fondamento della vita, ha scosso dall’interno – da Baruch Spinoza a Rosa Luxemburg – il progetto europeo di universalizzazione del capitalismo cristiano, la cui realizzazione storica è stata la sanguinosa colonizzazione di gran parte del mondo.
Gli ebrei d’Israele fanno dipendere la realizzazione dei loro “sogni messianici” dal sostegno “dei cristiani e del capitalismo”, perciò hanno scambiato “il vero nemico con uno falso”.
La natura moralmente e politicamente catastrofica di questo scambio costituisce il cuore della vibrante sfida di Rozitchner all’ebraismo, lanciata più di quindici anni fa. Avrei creduto che non ci fosse altro da aggiungere sulla questione, se non fosse stato per ciò che accadde dopo il 7 ottobre 2023.
L’Harvard dell’antiterrorismo
Israele ha testato nuove armi durante la sua campagna di terra bruciata a Gaza. Ogni innovazione militare è stata orgogliosamente mostrata sui social media con l’obiettivo di raggiungere il pubblico nazionale e internazionale e potenziali acquirenti di armi. Come spiega Antony Loewenstein, un giornalista ebreo ateo i cui nonni fuggirono dalla Germania nazista, nel suo straordinario libro, The Palestinian Laboratory (2025): più che una guerra, stiamo assistendo a “una fabbrica di omicidi di massa”, come ha confessato un ufficiale dell’intelligence all’autore. Dopo il 7 ottobre, si attiva nel “laboratorio palestinese” l’incoraggiamento dell’industria bellica israeliana per formalizzare una conflagrazione senza fine “contro il terrorismo islamico” in cui Israele si considera il guerriero supremo dell’Occidente.
L’autore cita un rapporto del 2021 di B’Tselem, la principale organizzazione israeliana per i diritti umani nei territori occupati, che afferma che “un regime di supremazia ebraica è stato instaurato dal fiume Giordano al Mediterraneo”, in forma di “apartheid”.
Israele ha gradualmente promosso la retorica della lotta al terrorismo. La sua natura esemplare è stata messa a nudo nel 2022, quando Elliott Abrams, architetto della “lotta al terrorismo” e consigliere delle amministrazioni di George W. Bush e Donald Trump, ha dichiarato che “il ruolo di Israele è quello di fungere da modello”.
Loewenstein documenta approfonditamente il significato di queste parole nel suo libro: un’industria bellica di livello mondiale che trae vantaggio dal suo utilizzo nei territori palestinesi occupati.
La commercializzazione di tecnologie per usi militari, di sorveglianza e di controllo della popolazione porta il sigillo di garanzia di qualità “testato in battaglia”. Israele “sfrutta il marchio IDF” (Forze di Difesa Israeliane): “Il laboratorio palestinese è uno dei principali punti di forza di Israele”. L’aspetto esemplare che Loewenstein mette in luce è la riuscita fusione tra uno stato nazionale, un apartheid durato a tempo indeterminato e un modello di business basato sul traffico di esseri umani e sulla tecnologia più sofisticata.
Così, mentre milioni di persone in tutto il mondo condannano il genocidio in Palestina, le élite di molti paesi sono convinte dei vantaggi dell’importazione di questo modello: “Israele ha usato la guerra come argomento per vendere le sue armi e le sue tattiche. La sua propaganda ha offerto alle nazioni un elisir attraente che conteneva l’illusione che lo stato ebraico potesse aiutarle a risolvere i loro problemi interni”. Secondo Loewenstein, le tattiche utilizzate per pubblicizzare le tecnologie militari israeliane includono fiere delle armi esplicitamente sessualizzate attraverso l’uso di modelle femminili militarizzate.
Israele, modello ideale di etnonazionalismo militarizzato – uno dei primi dieci esportatori di armi al mondo e il Paese con la più alta percentuale di lavoratori nell’industria della tecnologia bellica in rapporto alle sue dimensioni – fa affidamento sulla sua capacità di commercializzare il suo messaggio e sull’immagine di una nazione che si considera una Sparta globale. In altre parole, guadagna denaro e ottiene favori diplomatici esportando competenze in materia di occupazione e addestrando i servizi di sicurezza americani sul suo territorio, che definiscono lo Stato ebraico come “l’Harvard dell’antiterrorismo”.
Naturalmente, l’ideologia militarista non nasce dal nulla. Lo sviluppo dell’industria bellica israeliana, precedente alla fondazione dello Stato, si è espanso negli anni ‘50, si è diversificato nelle tecnologie di sorveglianza dopo la Guerra dei Sei Giorni (quando Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est e le alture del Golan nel 1967), ha subito un processo di neoliberalizzazione negli anni ‘80 ed è stato privatizzato negli anni ‘90. Parallelamente a questa evoluzione, la bellicosità è diventata il principio guida della mentalità pubblica israeliana. L’intreccio tra sicurezza, armamenti e accumulazione economica ha raggiunto un punto tale che i gruppi più potenti insistono sul fatto che porre fine al conflitto palestinese sarebbe “dannoso per gli affari e potrebbe minare l’ideologia fondamentale” dello Stato.
Questa è la mentalità delle oltre trecento multinazionali e aziende di sicurezza informatica emerse negli ultimi decenni.
Per l’industria bellica, l’11 settembre e la spinta della Casa Bianca alla “guerra al terrore” sono state una buona notizia: “il settore della sicurezza nazionale genera miliardi di dollari di profitti da missili, droni e apparecchiature di sorveglianza”. Gran parte dello sviluppo economico dello Stato ebraico negli ultimi due decenni è dovuto alla sua stretta relazione con le seimila startup del Paese, finanziate e sostenute dal governo. Israele stesso è una sorta di startup globale. Loewenstein documenta i guadagni di produttività di un modello soggettivo ed economico la cui aggressività plasma le élite di gran parte del mondo. Un modello di razionalità per l’estrema destra in un momento in cui la sinistra manca di esempi ispiratori paragonabili.
Gli sforzi di innovazione delle aziende di difesa israeliane hanno come obiettivo principale “monetizzare l’occupazione coloniale” e “vendere l’esperienza di controllo di un altro popolo sul mercato globale”. Il modello israeliano è, quindi, un fornitore di tecnologia – e soggettività – per la gestione di “popolazioni indesiderate” in gran parte del mondo. Al confine tra Stati Uniti e Messico, l’azienda Elbit ha avuto un ruolo chiave nel “respingere i migranti”. L’Unione Europea utilizza droni israeliani per monitorare coloro che cercano di raggiungere le sue coste dalle aree adiacenti. I governanti dell’India, che trattano la popolazione musulmana del Kashmir, molto più numerosa di quella di Gaza, utilizzando il modello palestinese, sono anch’essi interessati ai suoi metodi di controllo e sorveglianza; la Cina fa lo stesso con gli uiguri, un gruppo etnico di fede musulmana che vive nella provincia dello Xinjiang; e così Russia, dopo l’invasione ordinata da Putin in Ucraina.
O in Ungheria, dove Orbán sta modernizzando i suoi metodi di controllo dell’opposizione politica. Neve Gordon, un accademico israeliano, ritiene che l’attrattiva della tecnologia sionista nella lotta al terrorismo risieda “non solo nel fatto che gli israeliani sono stati in grado di uccidere i terroristi (la visione militare del mondo), ma anche nel fatto che uccidere i terroristi non è stato necessariamente dannoso per gli obiettivi economici neoliberisti, anzi, li ha rafforzati”.
La speranza di Netanyahu, è che si estenda la condivisione del suo etno-nazionalismo, e si valorizzi l’equazione tra accumulazione e pulizia etnica traendo profitto dall’attuale crisi del diritto internazionale.
Il “modello ghetto” appare come una merce promettente per coloro che prevedono un peggioramento della crisi climatica: “Il settore della difesa israeliano trarrà beneficio (…) da muri più alti e confini più rigidi, maggiore sorveglianza dei rifugiati, riconoscimento facciale, droni, recinzioni intelligenti e database biometrici”. La moneta di distruzione di Netanyahu come business è indistinguibile da quella di Trump, con il quale condivide l’ideale immobiliare di ricostruire Gaza come immagine per rendere attraente la riorganizzazione militarizzata del mondo.
Critica del modello sionista
Israele, esempio di rimodellazione suprematista del pianeta, si trova ad affrontare, come controparte e ostacolo specifico, la reazione globale contro il neocolonialismo.
La critica al modello sionista, pertanto, offre un’enorme potenziale importanza per la ricomposizione delle forze democratiche in tutto il mondo. Per questo motivo, lo storico ebreo Ilan Pappé, nel suo libro *The Zionist Lobby: A History on Both Sides of the Atlantic* (2024), riferisce dell’esistenza di una specifica squadra ministeriale che monitora, supervisiona e censura gli accademici di lingua inglese nell’ambito di una “battaglia per la legittimazione di Israele”. Questo gruppo fa parte di uno sforzo più ampio che, a partire dal XIX secolo, si è sforzato di convincere “il suo stesso popolo e il mondo intero che la sua esistenza è legittima”. Pappé si chiede: cosa spinge uno Stato consolidato come Israele oggi a preoccuparsi, nel XXI secolo, di investire risorse sostanziali “in due grandi lobby, quella cristiana e quella ebraica, su entrambe le sponde dell’Atlantico”?
La risposta è semplice: il sionismo si trova di fronte al fallimento storico nel suo tentativo di completare il processo di colonizzazione, che si è consolidato con successo nel XIX secolo in paesi come Stati Uniti, Australia e Argentina. In questi paesi, l’espropriazione e il genocidio della popolazione nativa furono considerati un successo secondo gli standard del diritto internazionale dell’epoca. Il caso di Israele è diverso, per l’esistenza di uno sfidante resistente: il popolo palestinese. La sua incrollabile resistenza è la ragione del crollo della legittimità dello Stato israeliano, che ha dovuto abbandonare la difesa aperta delle sue politiche di fronte all’opinione pubblica per concentrarsi sull’influenza sulle élite globali (soprattutto quelle dell’emisfero settentrionale).
Questa incapacità di portare a termine il genocidio determina il fallimento della lobby sionista, sempre meno influente su una giovane generazione di ebrei americani e sempre più costretta a ridurre le proprie risorse retoriche alla denuncia dell’antisemitismo per screditare i propri critici. L’antisemitismo, certo, esiste e cresce, anche a sinistra, ma non è affatto la vera ragione per mettere in discussione le politiche israeliane. Perché l’antisemitismo non è opposizione a Israele né unicamente all’ebraismo. Adorno e Horkheimer lo definirono – nella Dialettica dell’Illuminismo – come una furia cieca scatenata su un soggetto indifeso; una forma di potere che, nata nell’Europa cristiana contro gli ebrei, trova efficacia moderna quando viene usata come proiezione dell’ingiustizia economica.
La natura borghese dell’antisemitismo moderno si fonda proprio sulla sua funzionalità nell’elaborazione di ogni malcontento verso il sistema, costituendo un tratto caratteristico del fascismo. Adorno e Horkheimer sottolineano che non esiste un “autentico antisemitismo”, dato che “le vittime sono intercambiabili, a seconda della costellazione storica: vagabondi, ebrei, protestanti, cattolici – ognuno può assumere il ruolo degli assassini con lo stesso cieco piacere di uccidere, non appena si sente potente, come se fosse la norma”.
È importante notare quanto Gaza abbia cambiato il posto che il nazismo occupa nella storia. La brutalità razzista tecnicizzata non ci appare più come un passato sconfitto – nella Seconda Guerra Mondiale – ma come una riemersione vittoriosa. Questa è la preoccupazione che percepiamo leggendo libri recenti come Il mondo dopo Gaza, dell’autore indiano Pankaj Mishra; Pensare dopo Gaza (2025) di Franco “Bifo” Berardi (2025) o Gaza prima della storia, dello storico Enzo Traverso (2024).
Ci riferiamo a questi libri sapendo che nessun singolo saggio può fermare il nascente dispotismo genocida, ma solide argomentazioni sono essenziali per qualsiasi strategia. Tutti sottolineano la necessità di rivisitare gli studi sull’Olocausto nazista e ci avvertono che i problemi del vecchio colonialismo non solo sono persistiti, ma ora vengono rianimati dalle élite globali per controllare aree del mondo un tempo considerate interamente “civilizzate”.
È impossibile concepire la nostra politica, la politica che ci riguarda più direttamente, senza comprendere che il modello israeliano è già parte della nostra realtà in molteplici modi, a partire dal fervente (o febbrile) sostegno dell’attuale governo argentino, fino a un’opposizione che rimane in gran parte compiacentemente silenziosa su queste questioni.
In un’intervista del 2000, My Right of Return, Edward Said affermò che “non esiste alcuna sintesi possibile”, né alcun principio di riconciliazione concepibile, tra “l’impulso messianico dei sionisti e l’impulso palestinese a rimanere nella propria terra”. Dopo il 7 ottobre, le case editrici Lom e Tinta Limón pubblicarono un volume, Palestine, Anatomy of a Genocide, con contributi di autori argentini e cileni, discendenti di ebrei e palestinesi, mentre Rodrigo Karmy Bolton (uno dei curatori) raccolse i propri articoli in Palestine Under Siege: Essays on the Nakba of the World (2024). Questi testi evidenziano affermazioni con curiose risonanze con le riflessioni di Rozitchner, tra cui la visione del sionismo come “la forma dell’ebreo definitivamente convertito al cristianesimo imperiale” o l’invito a comprendere “quale tipo di violenza viene esercitata dagli oppressi” da una prospettiva “che li distingua o ne impedisca l’identificazione con la violenza degli oppressori”. Per Karmy (come per Rozitchner), una “vera critica della violenza” deve sottolineare la sua natura difensiva.
Pappé descrive gli eventi del 7 ottobre in due fasi: una sorprendente avanzata militare iniziale contro le guarnigioni militari israeliane, seguita da una sanguinosa discesa nella violenza contro la popolazione civile. La riflessione di Rozitchner sulla natura “non omicida” della controviolenza è indubbiamente rilevante e diventa un precedente importante per comprendere l’opposizione al modello. Oltre a testi storici e informativi, almeno tre saggi sono stati pubblicati in Argentina dopo il 7 ottobre: Derecho de nacimiento. Crónicas de Israel y Palestina, di Camila Barón (2024); Oreja Madre. Mi cuestión judía, di Dani Zelko (2025); e Shoyn es basta, un articolo di Marcela Perelman nel numero 66 di crisis (2025)—che sono rilevanti per dissipare il pregiudizio di un’adesione immediata della cosiddetta comunità ebraica argentina al modello israeliano.
Se la persecuzione degli ebrei era segnata dal peso della “disumanità dell’umanità” derivante dallo sguardo antisemita, facendone la propria realtà, gli ebrei si sono scoperti di sinistra perché questo era il terreno comune in cui coloro che erano perseguitati da esseri umani disumanizzanti potevano unire le forze e lottare per stabilire un ordine di cose che li includesse pienamente.
Fuggire in Israele potrebbe essere stata una speranza di rifugio per molti ebrei mezzo secolo fa. La situazione oggi è molto diversa, ed essere ebrei e allo stesso tempo di sinistra non può più significare altro che guardare direttamente a ciò che sta accadendo in Palestina con la stessa feroce chiarezza con cui intendiamo guardare coloro che nel nostro Paese stanno orchestrando l’estinzione dell’esistenza.
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Pier Paolo Pasolini
en el País de los Alcahuetes
https://ctxt.es/es/20251201/Culturas/51391/pier-paolo-pasolini-reaccionario-visionario-franco-bifo-berardi.htm
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Me sentía distante de ese hombre taciturno y reservado, un juez severo de una realidad que, en cambio, me parecía llena de posibilidades.
Sus escritos contenían la crudeza de quien se siente traicionado por el avance caótico de fenómenos innovadores en las costumbres, la tecnología y la imaginación, porque había nostalgia de una época mitológica, de un pasado de integridad imaginada. La modernidad lo irritaba. Y sobre todo (esto era lo que yo más profundamente le reprochaba), no lograba ver cómo una mutación heterogénea y diferenciada operaba en el comportamiento juvenil, abierto a múltiples e impredecibles resultados.
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La mirada de Pasolini no era la de un crítico político, sino la mirada a largo plazo de un antropólogo
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Cuando escribe, cuando habla, cuando actúa como ideólogo, Pasolini es esencialmente un reaccionario y un conformista disfrazado de provocador. Pero cuando vemos sus películas, Pasolini aparece como un visionario, casi un profeta, capaz de una gran visión de futuro.
Sí, creo que era un mal poeta y un reaccionario ideológico. Pero también creo que Pasolini fue uno de los grandes directores del cine italiano. No era bueno hablando, pero sí muy bueno viendo, y previó el futuro lejano, porque era un visionario en el sentido de profeta.
En sus películas, Pasolini fue capaz de percibir las futuras formas del fascismo (por usar este término tan trillado). Fue capaz de ver formas emergentes de conformismo cultural y brutalidad, asociando el fascismo con la humillación sexual, el consumismo, la ignorancia, la agresión y la fealdad, como hace en Saló o los ciento veinte días de Sodoma.
La humillación sexual, el consumismo como sustituto de una vida miserable, la agresión y la ignorancia continuaron extendiéndose durante los años de hegemonía neoliberal. Y la fealdad está en todas partes: en ciudades devastadas por la especulación, en cuerpos devastados por la explotación y la soledad, en la omnipresente publicidad en las pantallas y en la contaminación urbana por petróleo.



