mostruoso
Quale parola può definire la tracotanza della disumanità che dilaga?
Vorrei pubblicare altre cose. Su Il DISERTORE mi piacerebbe pubblicare testi che uscirono cinquanta anni fa su A/traverso. Mi piacerebbe pubblicare un testo sull’estetica della sordidezza nell’arte contemporanea cui lavoro da mesi.
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Ma non ci riesco.
Diceva Bertolt Brecht:
IN ME COMBATTONO
L’ENTUSIASMO PER IL MELO IN FIORE
E L’ORRORE PER I DISCORSI DELL’IMBIANCHINO
MA SOLO IL SECONDO
MI SPINGE AL TAVOLO DI LAVORO
Troppo forte è l’orrore che provo per i discorsi di Netanyahu e per le provocazioni vigliacche dei coloni israeliani per potermi occupare d’altro.
Oggi non posso non parlare di Yussuf al-Samary:
“Yussuf al-Samary è un ragazzo di 15 anni, originario di Gaza città, ma vive con la famiglia sfollato nel campo di al-Mawassi, la spiaggia di Khan Younis. È l’ultimo loro luogo di sfollamento. Adesso tutta la famiglia vive in una tenda di listelli di legno e plastica trasparente. Prima erano in una scuola a Hay Tuffah. Yussuf la scorsa settimana ha tentato di comperare un panino, ma il prezzo era alto. Ha fatto la fila ad una cucina umanitaria che distribuiva riso con lenticchie, ma non aveva fatto in tempo ad arrivare che i pasti erano già finiti ed i pentoloni vuoti. Ha deciso di andare all’ultima stanza che avevano occupato a Hay Tuffah. Ha convinto i suoi di andare a vedere se la loro dispensa lì era ancora intatta e riportare il sacco di farina e la scatola di maccheroni, che avevano abbandonato in fretta e furia sotto la pressione militare dell’esercito israeliano. Suo padre ha tentato di dissuaderlo: “Guarda che Hay Tuffah è al di là del corridoio del Wadi”, il corridoio occupato dagli israeliani, completamente spianato, con tutte le case demolite e sotto il controllo dell’esercito. La risposta pronta di Yussuf: “Lo so che rischio. Ma a rimanere con le mani in mano avremo la morte per fame più che certa”. Yussuf ha raggiunto la stanza del precedente sfollamento e ha trovato intatta tutta la mercanzia che vi avevano lasciato. Ha riempito la valigia e caricato il sacco di farina sulla spalla. “ero contento, perché ce l’avevo fatta e pregustavo il pane caldo che sarebbe stato preparato dalla mamma, in un forno improvvisato di pietre e fango”, ha raccontato sul letto in ospedale.
Durante il viaggio di ritorno, Yussuf è stato preso di mira da un drone israeliano ed è stato colpito da una bomba che gli ha tranciato le gambe. “Mi sembrava di volare, poi ho perso coscienza. Non mi ricordo nulla, fino al momento di svegliarmi nel letto dell’ospedale con mio padre vicino che mi teneva la mano. Non sono pentito. Sono senza gambe, ma ancora vivo. È il prezzo dell’occupazione. Noi palestinesi dobbiamo lottare per vivere, per non soccombere sotto il tallone dei soldati invasori”.
Perché Gaza, dunque?
Non è la prima volta che assistiamo all’orrore del colonialismo, Gaza non è l’unica area del mondo in cui il genocidio si svolge. Il genocidio è in corso in molte aree del pianeta, alla frontiera tra il nord e il sud del mondo, alla frontiera dove il suprematismo bianco conduce una guerra razziale. Il genocidio è in corso nel Mediterraneo, dove migliaia di persone sono affogate per volontà di razzisti come Piantedosi, Salvini e i governi europei nel loro complesso.
Il genocidio è in corso alla frontiera tra Messico e Stati Uniti.
Il genocidio è in corso laddove si programma la deportazione di massa, l’internamento nel Gulag Globale in costruzione, e si prepara lo sterminio.
Il genocidio è il programma - il solo programma - dei governi bianchi, sia quelli trumpisti che quelli demo-liberali. Il genocidio è il programma della razza bianca senescente, demente, resa aggressiva dall’odore della sua senescenza, della sua incombente estinzione.
Gaza è il simbolo di quello che accade nell’attuale epoca terminale. Il simbolo e l’annuncio di quel che si prepara. Parliamo di Gaza perché l’evento di questo genocidio, lungamente preparato da Israele, reincarnazione del Terzo Reich, è la prova del fato che l’umanità è finita.
Organismi connessi all’automa cognitivo, ma privati della coscienza etica e destinati a un futuro di violenza terminale.
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AI generated video, by Street Artists US
by Sami Wakim
https://streetartunitedstates.com/where-were-you-when-the-genocide-happened/
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CERCO LA PAROLA
Nel volumetto Canzone nera (Adelphi) leggo le prime poesie pubblicate da Wislawa Szimborszka: quella che ha pubblicato per prima si intitola Cerco la parola. Non è forse il modo migliore per definire la poesia stessa? Una ricerca capace di fare l’impossibile: trovare, o piuttosto creare parole che colgono il senso.
Scritta nel 1945, possiamo leggerla come fosse stata scritta oggi. Leggiamola:
“Voglio definirli con un solo termine,
ma quale?
Prendo parole comuni, dai dizionari ne rubo qualcuna,
Le misuro le soppeso le sondo:
Nessuna corrisponde.
Tutte le più audaci sono vigliacche,
Tutte le più sprezzanti ancora innocenti.
Tutte le più crudeli, troppo fiacche,
Tutte le più odiose, poco ardenti.
Voglio una parola cruda
che sia impregnata di sangue,
Che come le mura di un carcere
Racchiuda tutte le fosse comuni.
Che descriva più chiara e precisa
Chi erano loro, tutto ciò che è stato.
Perché ciò che sento dire,
Ciò che se ne scrive -
Non basta più. Non è mai bastato.
La nostra lingua è impotente,
I suoi suoni, d’un tratto poveri.
Cerco, sforzo la mente
Cerco la parola
Ma non la trovo.
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ISTUBALZ, 2020
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La parola mostruoso
Szimborska aveva conosciuto i nazisti e dice di non trovare la parola per definirli. Noi conosciamo oggi i trumpisti, i sionisti, i sadici che in nome della superiorità bianca e occidentale scatenano ripugnante crudeltà, e ci manca la parola per definire la tracotanza del male che dilaga.
Vediamo Kristi Noem, dominatrice che gira su tacchi a spillo in calzoni attillati davanti alle gabbie in cui stanno rinchiusi gruppi di maschi tatuati.
Vediamo i coloni armati da Smotrich aggredire i ragazzi nelle strade della Cisgiordania, assalire come una mandria di porci i luoghi sacri della popolazione palestinese. Assistiamo allo spettacolo, ma ci manca la parola per definire l’esibizione dell’orrore.
Non basta la parola “ripugnante” per definire il gusto dell’umiliazione di qualcuno che ti è sottomesso, che non si può ribellare, come il povero Zelenskyy spinto dagli americani a sacrificare il popolo ucraino, poi crocifisso da altri americani per la gioia degli spettatori americani.
Per definire tutto l’orrore che sta invadendo il pianeta come se tutte le fogne fossero esplose, ci manca la parola, ma non si tratta di una questione linguistica. Il dizionario rigurgita di parole come efferato, atroce, orribile, spregevole, cattivo, umiliante, schifoso, straziante, lancinante, ripugnante, raccapricciante, spaventoso, perfido, crudele, abietto, abominevole.
Ciascuna di queste si attaglia al comportamento di coloro che si sono impadroniti del potere politico ed economico, e lo esercitano con la minaccia il ricatto la violenza.
Ciò che queste parole non ci spiegano è come sia possibile che la maggioranza dei popoli sceglie con entusiasmo questi mostri.
Forse non capiamo perché continuiamo a pensare che la mente umana risponda a una logica umana, e possegga sentimenti umani: può non essere così, e non è più così. La mente umana è stata modificata, e non ha quasi più niente di umano, perché l’umano è stato cancellato, in attesa che l’automa prenda finalmente il posto di comando.
La chiave del successo sta nella mostruosità: l’esibizione della disumanità è diventata la nuova frontiera dello spettacolo. Mostruoso è ciò che affascina.
La parola “mostruoso” è la chiave per capire.
Mostruoso è ciò che deve essere mostrato, ciò che desideriamo ci venga mostrato, ciò che la mente esausta per l’elettrocuzione permanente a stimoli info-nervosi, desidera ricevere per potersi ancora eccitare.
Un secolo di pubblicità ha infantilizzato il linguaggio, sostituendo con la stupefazione ogni criterio di valutazione logica, etica, estetica.
Quasi un secolo di televisione ha disattivato la capacità reattiva della mente, e trasformato il cervello collettivo in una poltiglia incapace di distinguere la realtà dal flusso che esce dallo schermo ubiquo.
Infine il bombardamento cellulare ininterrotto ha paralizzato la capacità della mente di percepire l’esistenza dell’altro, riducendo ogni individuo ad atomo iper-connesso e reso insensibile.
Per questo non troviamo la parola: perché le parole non vogliono dire più niente, il mostruoso le ha sostituite.
Non occorre preoccuparsi del pericolo di estinzione dell’umanità.
L’umanità è già estinta da un pezzo, coloro che sfilano nelle vie di Gerusalemme inneggiando alla “Morte” sono terminali passivi dell’ininterrotto spettacolo di mostruosità.
Oggi, 26 maggio, un popolo di zombie sfila nelle strade della città dell’eterna vendetta gridando Gerusalemme è nostra, Morte agli arabi, Questa città è nostra ce l’ha data dio.
A poca distanza da lì continua il genocidio.



