Perché i poeti (nel tempo disumano)?
I poeti disertano, ci insegnano come disertare la Storia, come uscire dal tempo disumano..Cartografano l'abisso mentre vi precipitiamo.
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Linguaggio Rumore Deserto
La Neuro-manzia è una scienza (inesistente) il cui scopo è la divinazione e l’interpretazione degli stati futuri della mente collettiva.
Tra gli anni ’70 e ’80, mentre naufragava il progetto umano, socialista e internazionalista, mentre iniziava il naufragio, sperimentammo gli stati alterati della mutazione incombente, e cercammo di interpretare il futuro come fa William Gibson nel suo romanzo più noto, Neuromante.
Neon fu una delle sonde che in quel momento tentarono di cogliere, presentire e sensibilmente cartografare la Grande Mutazione dell’immaginario che negli ultimi cinquanta anni ha accompagnato l’accelerazione rizomatica e il dilagare del caos.
TraumFabrik, Radio Alice, Cannibale, Il Male, Frigidaire, A/traverso anticiparono il dissolversi della ragione storica e il dilagare del caos.
Cinquant’anni dopo il caos ha inghiottito la volontà, la politica, il futuro, e la Ragione è in polvere. E gli artisti (o piuttosto i poeti) si accingono (forse) a cartografare lo spegnimento del Rumore Storico, e la scomparsa dell’animale dotato di linguaggio.
Nella prima fase di fioritura della Rete Globale parve possibile l’alleanza di ingegneri e poeti: dalla Net culture degli anni ’90 all’onda Occupy che si diffuse attraverso l’e-flux globale.
Poi il Net fu travolto e assorbito dal Web: gli ingegneri furono allora soggiogati e costruirono l’automa linguistico, destinato a simulare-sostituire l’atto umano di linguaggio.
L’intensificarsi del flusso divenne Rumore, e il linguaggio divenne deserto.
Ora i poeti devono rendere abitabile il deserto del linguaggio, e insieme prepararsi a disertarlo.
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Ultimità
Siamo ora chiamati a pensare la più impensabile delle nozioni: la nozione di ultimità. A tal punto impensabile che non abbiamo una parola che dica quella cosa che pure appare nitidamente all’orizzonte del secolo. Quella parola non l’abbiamo pensata perché non avevamo previsto la possibilità di assistere (e di partecipare) all’estinzione della razza umana.
E’ ora di pensarla, questa parola, perché al momento non si vede altro futuro possibile che la terminazione. E visto quanto orribile è il genere umano senza umanità, la terminazione appare al momento la sola prospettiva desiderabile.
Non essere è meglio del disumano avvilente tormento che chiamano Storia.
Il genocidio che i nazi-sionisti hanno scatenato a Gaza è un evento per molte ragioni definitivo: segna la fine di ogni universalità della parola, della legge, del diritto. La ferocia si presenta ora come unico regolatore dei rapporti tra popoli e tra individui.
Un’onda depressiva si diffuse, quando il linguaggio divenne deserto e i nuovi umani appresero più parole dall’automa omologato che da una voce singolare.
Poi il fascismo si ingigantì, perché se la depressione è una malattia, il fascismo è la cura.
Ma i poeti sanno che la depressione non è una malattia, bensì una maniera (seppure non la sola) di nascondersi, di scomparire, di disertare l’infezione chiamata storia.
Ora il pianeta terra è in procinto di liberarsi dell’infezione umana.
Con la parola ultimità ci riferiamo all’estinzione fisica dell’animale dotato di linguaggio, che appare non soltanto possibile, ma ormai per certi aspetti inevitabile, anche se nel discorso pubblico questa evidenza è oggetto di rimozione, al punto che non abbiamo una parola capace di dirla.
Nell’immaginario collettivo, però la percezione dell’ultimità è onnipresente, e l’inconscio elabora questa innominabile percezione terminale trasformandola in depressione o in crudeltà.
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Istubalz, 2022
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Il nulla dei poeti
Ma allora perché i poeti?
Come al solito per dire l’indicibile, cartografare l’abisso mentre vi precipitiamo. Interpretare l’abisso e cercare ritmi in sintonia con il precipitare.
“poetry makes nothing happen: it survives
In the valley of it saying where executives
Would never want to tamper; it flows south
From ranches of isolation and the busy grief,
Raw towns that we believe and die in:
It survives,
A way of happening, a mouth.”
La poesia non fa accadere niente, dice Auden.
Sopravvive nelle valli del suo dire.
E’ un modo di accadere.
Ma attenzione.
Le parole: “makes nothing happen” si possono leggere in due modi.
Prima lettura: la poesia non fa accadere nulla.
Ma l’altra lettura è sconvolgente: la poesia fa sì che il nulla accada (finalmente).
Cosa credono di potere i poeti?
I poeti non possono nulla, sono propriamente la voce dell’impotenza.
Perciò i poeti si mettono da parte, si nascondono nei loro malcerti rifugi: non torri d’avorio, ché i poeti non hanno né avorio né torri.
Nascosti sotterra o in soffitta, ascoltano e occhieggiano inadatti a intervenire, a salvare, a combattere
.Troppe volte combattere ha restituito forza ai lupi perché i poeti vogliano combattere. I poeti disertano. Disertano l’umanità che non seppe far nulla quando i nazisti portavano su un treno le loro prede ad Auschwitz, e non sa fare nulla ora che i sionisti trascinano le loro prede da una parte all’altra della striscia di Gaza.
I poeti conoscono la storia perciò la fuggono.
Suggeriscono una fuga, un nascondiglio, un sotterfugio, una lontananza, un dissolversi nel nulla, e scrivono sussurrando perché non si sappia in giro dell’evasione che si prepara.
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Antonio Alvarez Gordillo, Siviglia
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Cosa fanno gli dei
Alla domanda: perché i poeti? il più falso di tutti i filosofi rispondeva così:
“Esser poeta nel tempo della povertà significa: cantando ispirarsi alla traccia degli dei fuggiti. Ecco perché nel tempo della notte del mondo il poeta canta il Sacro.” (Heidegger: Perché i poeti?, in Holzwege).
Parole ipocrite: gli dei non sono affatto fuggiti, ma proteggono gli sterminatori al servizio di Hitler e Netanyahu. Li proteggono a lungo, almeno fino a quando non li rovinano.
La vendetta di Israele contro l’umanità è già costata milioni di vite rovinate: vite di palestinesi torturati, affamati, uccisi perché il popolo eletto dal maledetto dio della vendetta potesse costruire villette unifamiliari con vista sul mar Mediterraneo. Ma il dio che attira e suscita che affanna e che consola si prepara ad infliggere ai Mengele con la stella di Davide la punizione che meritano: i dottori la chiamano eufemisticamente post traumatic stress disorder, ma possiamo chiamarla disintegrazione psichica: il ricorso alle istituzioni psichiatriche è aumentato del 30% nell’ultimo anno, tra i nazisti di Sion.
Heidegger mente anche su un altro punto: nella notte del mondo i poeti non cantano. Come potevano cantare i poeti nella notte che Hitler volle senza più alba mentre il falso filosofo fingeva di non saperne niente?
Si credette alla fine che l’alba sorgesse di nuovo, ma era un inganno, e ora lo sappiamo. Ecco infatti la storia presentarsi di nuovo, col suo ghigno feroce.
E ora come potrebbero i poeti cantare nella notte che Israele ha voluto senza mai più alba?
Quel che possono fare i poeti è indicare la strada che porta lontano, fuori dalla galleria degli orrori che chiamano Storia.
Inutili sono i poeti. Ma ciò che fa dei loro sussurri poesia, è che lo sanno: sanno di essere inutili.
Perciò non attendono l’alba, perché hanno capito: non ci sarà alcuna alba.
Chi ha subito il male farà del male a sua volta, dice lo stesso Auden. Questa catena non si interromperà. Perciò non attendiamo alcun’alba fin quando saremo in questa notte che chiamano Storia.
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Divenire nulla
Chiamano morte il divenire nulla del mondo di una coscienza.
Non c’è il nulla. Il nulla non sta in nessun posto dell’universo.
Nulla è lo spegnersi del mondo che altro non è se non proiezione della mia coscienza.
Con la parola Maya, la lingua sanscrita definisce questa illusione proiettiva. Maya è il nome della madre del Buddha l’illuminato che conosce il suo non essere.
Solo grazie allo spegnersi della mia coscienza si dà il nulla.
So che dopo il dissolversi della mia coscienza, l’orrore non scomparirà là fuori, i sionisti continueranno a torturare bambini, e la guerra continuerà a tormentare chi ha avuto la sventura di essere generato nel Kali Yuga.
Ecco allora perché l’Ultimità: il divenire nulla è universale: il mondo allora si spegne grazie al venir meno delle coscienze che lo proiettano.
Resteranno gli automi, probabilmente, ma di loro non è il caso di occuparsi perché non sono che entità dotate di intelligenza prive di coscienza e sensibilità.
L’auto-terminazione del genere umano conclude la storia della sofferenza, e anche quella della proiezione di mondo.
E allora perché i poeti?
Perché sanno (o almeno cercano) la via che diserta la storia, e perché non hanno paura di dire quel che non vorremmo sentirci dire: che alla fine del secolo ventuno la terra sarà libera dell’infezione umana.
I poeti sanno che questo venir meno è la sola cosa buona che ci possa accadere.
Lo scrive Rilke:
Nulla sappiamo di questo svanire
Che non accade a noi. Non abbiamo ragioni
-ammirazione odio oppure amore
Da mostrare alla morte la cui bocca una maschera
Di tragico lamento stranamente sfigura.
Quello svanire non accade a noi.
Divenire nulla significa esercitare la potenza capace di cancellare il mondo.
La morte è trionfo del maya.
L’unità del soggetto torna all’infinita molteplicità degli elementi in divenire.
Ancora Rilke:
Canto d’amore
Come potrei trattenerla in me,
La tua anima, che la mia non sfiori:
Come levarla, oltre te, ad altre cose?
Ah potessi nasconderla in un angolo
perduto nella tenebra, un estraneo
Rifugio silenzioso che non seguiti
A vibrare se vibri il tuo profondo.
Ma tutto quello che ci tocca, te
E me, insieme ci prende come un arco
Che da due corde un suono solo rende.
Su quale strumento siamo tesi,
e quale violinista ci tiene nella mano?
Quando un solo suono esce dal vibrare di due corde, allora qualcosa rimane, oltre il venir meno. Per questo i poeti.
Maria Zambrano mette in sospensione la realtà del nostro “essere qualcosa”.
Che tutto si acquieti come una lampada a petrolio
Come il mare se sorride,
Come il tuo volto se all’improvviso dimentichi.
Dimentica perché io ho dimenticato già tutto. Non so nulla.
Di te non so nulla,
Nulla so della tua ombra gialla
Seme dell’albero dell’oblio.
E tutto tornerà a essere come prima.
Prima, quando né tu né io eravamo nati.
Ma forse che siamo nati? O forse no,
Forse non ancora.
Nulla, ancora nulla. Mai nulla.
Siamo presenza senza pensiero.
Labbra senza sospiri, mare senza orizzonti,
Come una lampada a petrolio si è diffuso l’oblio.
Chi ha detto che siamo nati, chi ha detto che siamo davvero? chiede Zambrano.
Gli assassini uccidono per provare a se stessi di essere.
Nel divenire nulla che cancella tutto, si può finalmente rinunciare a essere.
E’ l’atto di potenza (il solo) che possiamo compiere: esso soltanto cancella l’orrore.
Ancora Zambrano:







