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Benjamin Labatut
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Negli anni del COVID Benjamin Labatut, un cileno di circa quarant’anni con una folta capigliatura e lo sguardo corrucciato, pubblica Un verdor terrible, 2020 (Quando abbiamo smesso di capire il mondo, Adelphi) poi, nel 2023 Maniac. Con questi due libri racconta a suo modo la genesi dell’attuale panorama terminale: dallo sgretolamento dell’episteme meccanica, alla vertigine dell’indeterminazione subatomica, alla costruzione di concetti e strumenti tecnici capaci di fondere volontà di potenza e volontà di morte nel crepuscolo degli Dei d’Occidente.
Ma chi è Labatut? Per saperlo leggiamo un piccolo libro del 2021 che si chiama La pietra della follia. In poche pagine autobiografiche si trova il senso storico (o meglio post-storico) del pensiero di questo scrittore che ha scelto di stare sul limitare del precipizio.
“Dopo gli spaventosi anni della dittatura di Pinochet, ci siamo messi in riga, abbiamo abbassato la testa e iniziato a giocare secondo le regole….perché la maggior parte di noi, se non tutti, aveva ancora paura. Paura del cambiamento, paura di ricadere nella barbarie, paura che nel cuore della notte tornassero uomini armati, sfondassero le nostre porte e ci trascinassero nelle sale di tortura che i servizi segreti avevano lasciato sparse per Santiago…
Ci addormentammo e ci buttammo alle spalle i sogni di rivoluzione, l’idea che avremmo potuto costruire un mondo migliore. Poi, però, il can che dorme si svegliò di soprassalto, e nell’ottobre del 2019 una gigantesca esplosione di malcontento sociale mise in ginocchio il paese con una tale violenza che all’improvviso, guardandoci intorno, non ci riconoscevamo più….
Scendemmo in piazza a milioni. Il governo, in preda al panico, per la prima volta dalla fine della dittatura schierò i militari nelle strade, e impose il coprifuoco nazionale sperando di contenere la rivolta. Ma non c’era modo di far fronte a una protesta di quella portata. Le migliaia di manifestanti che chiedevano un cambiamento divennero milioni, ma col tempo l’ondata di solidarietà iniziale cedette il passo a saccheggi di massa, atti di vandalismo, disordini, e diventò sempre più difficile non perdere la speranza di fronte alle nostre città travolte dalle fiamme e dagli scontri, a strade e autostrade invase da così tanta gente che rivendicava cose tanto diverse tra loro. La repressione della polizia fascista fu inaudita….
Nel giro di un anno la crisi sociale si acuì, e così quando scoppiò la pandemia eravamo già in ginocchio…
Quel cretino del nostro presidente paragonò il Cile a un’oasi, a un’isola di serenità in mezzo alle tempeste politiche e sociali che imperversavano negli altri paesi, e accendevano le strade di Hong Kong, Parigi, Londra, La Paz, Praga, Berlino, Bogotà, Beirut, Port au Prince, Il Cairo, Budapest, Harare, Seul, Jakarta, Teheran, Baghdad, New Delhi, Manila, Mosca e molte altre…
A dispetto della sua forza la nostra sfolgorante ribellione aveva una peculiarità: l’assenza di un tema centrale….
Sembrava che avessimo riesumato la torre di Babele e che all’improvviso parlassimo più lingue, impossibilitati a comunicare se non attraverso i tremori che percepiamo sotto i nostri piedi…. “ (da pagina 24 a pagina 29)
Labatut riassume le emozioni che io stesso provai in quei giorni dell’autunno ‘19: in Cile era l’ultima fiammata del secolo delle rivoluzioni. Quella fiammata bruciò il palcoscenico stesso della rivoluzione, e da quel momento la parola rivoluzione perse significato. Da quel momento concetti e immagini del secolo rivoluzionario appaiono come residuo di un progetto che fu, se non realistico, comunque grande, e seppe animare la vita di milioni di donne e di uomini dando loro l’illusione di un futuro migliore. Nel nuovo secolo, poco alla volta, quella illusione è svanita, e un’onda di demenza reazionaria sta sommergendo il pianeta, mentre il collasso climatico e la violenza rendono la vita sempre meno piacevole.
Come scrive ancora Labatut:
“… il caos e l’irrazionalità sono diventati all’improvviso le costanti del mondo. E… ci troviamo di nuovo con pericolosi folli al potere: incarnano la forza della non ragione e cavalcano l’onda frenetica del cambiamento come nessuna persona decente e dotata di buon senso farebbe mai.” (39)
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Veleni
La scrittura di Labatut travalica i limiti della letteratura di finzione, per collocarsi all’incontro tra immaginazione scientifica, etica e apocalisse storica.
Un verdor terrible racconta lo svolgersi di un doppio percorso: da un lato il dissolversi della certezza scientifica, dall’altro lo spalancarsi della potenza velenosa della tecnica cui la scienza ci ha dato accesso: la scienza tardo-moderna agisce come un potente veleno.
Nell’indeterminismo epistemico del pensiero fisico Labatut vede uno specchio dell’indeterminazione etica che ha scatenato il Caos nella vita dei popoli. Solo l’Automazione dell’intelligenza sembra poter governare sul Caos.
Un verdor terrible, pubblicato all’inizio del biennio pandemico, tradotto in italiano col titolo Quando abbiamo smesso di capire il mondo, comincia nelle trincee della prima guerra mondiale, nei campi in cui i gas velenosi realizzati grazie all’evoluzione della scienza chimica uccidono decine di migliaia di soldati, da una parte e dall’altra.
Labatut ci presenta Fritz Haber: chimico di formazione, fedele esecutore delle decisioni politiche e militari dello Stato tedesco, Haber è indifferente alle conseguenze umane delle sue scoperte, i gas velenosi che uccidono i militari inglesi e francesi nella battaglia di Ypres.
“Di origini ebree, Haber era un vero genio, ed era forse l’unica persona su quel campo di battaglia in grado di capire le complesse reazioni molecolari che fecero diventare nera la pelle dei cinquemila soldati morti a Ypres. Il successo di quella missione gli valse la promozione a capitano, la direzione della sezione di chimica del ministero della Guerra e una cena con il Kaiser Guglielmo II in persona, ma una volta tornato a Berlino Haber dovette fare i conti con la moglie.” (29)
Gran parte degli scienziati tedeschi di cui parla Labatut sono ebrei. Nella prima guerra mondiale li troviamo disciplinati al servizio della macchina di sterminio dello stato tedesco, poi molti di loro dovranno fuggire le persecuzioni naziste e mettersi al servizio della macchina di sterminio dello stato americano.
Hitler accusava gli ebrei di avere boicottato lo sforzo di guerra della patria. Direi che si trattava di un’accusa falsa. Molti ebrei tedeschi combatterono nelle trincee, morirono per la patria e soprattutto misero il loro ingegno al servizio dello sterminio in cui i tedeschi erano già molto esperti nella prima guerra.
Naturalmente l’espressione: “gli ebrei” è sbagliata, stupida, idiota. Gli ebrei non esistono come non esistono gli italiani, né i russi né i palestinesi.
Esistono ebrei che servono disciplinatamente la macchina da guerra tedesca. Ma anche ebrei che disertano e si organizzano nei movimenti spartachisti antimilitaristi.
Allo stesso modo nel tempo del genocidio sionista esistono ebrei che si impegnano nella colonizzazione, nell’omicidio razzista e nella tortura, ed esistono ebrei che protestano contro il genocidio, che si impegnano nelle organizzazioni umanitarie per salvare qualche bambino palestinese dallo sterminio compiuto da altri ebrei.
Ma torniamo ai primi decenni del Novecento: Haber non ha alcuna remora morale, e Labatut ci ricorda che fra le altre opere del suo ingegno c’è anche la creazione del ZyklonB, il gas che qualche anno più tardi fu impiegato per uccidere un numero incalcolabile di ebrei, tra i quali anche alcuni parenti di Haber. Clara Immerwahr, sua moglie, è scandalizzata dagli effetti delle invenzioni del marito: leggendo Labatut scopriamo che molte mogli si ritirano inorridite di fronte all’ingegno criminale dei loro mariti.
“Quando Haber tornò vittorioso dal massacro di Ypres, Clara lo accusò di aver corrotto la scienza al fine di creare un metodo di sterminio di massa, ma Fritz la ignorò: la guerra era guerra e la morte era morte, al di là dei mezzi usati per infliggerla. Approfittò di un congedo di due giorni per invitare tutti i suoi amici a una grande festa che durò fino all’alba, al termine della quale la donna uscì in giardino si tolse le scarpe e si sparò un colpo al petto con la pistola di servizio del marito.” (p. 29)
La carriera successiva di questo geniale chimico ha un significato che Labatut non manca di sottolineare: dopo avere esercitato la sua inventiva tecnica e scientifica nella creazione di sostanze assassine, Haber lavora a una nuova realizzazione che ha (almeno apparentemente) una funzione esattamente contraria: non distruggere la vita, ma incrementarla.
“Dopo l’armistizio del 1918, le forze dell’Intesa dichiararono Fritz Haber criminale di guerra, nonostante anch’esse avessero utilizzato i gas tossici con lo stesso fervore degli imperi centrali…Nel 1927 Haber fu il primo a estrarre azoto direttamente dall’aria, la sostanza nutritiva di cui le piante hanno più bisogno per crescere…. Non fosse stato per Haber centinaia di milioni di persone, che fino allora per concimare i terreni si erano serviti di sostanze naturali come il guano e il salnitro sarebbero morte di fame…. Il processo Haber-Boosch fu la scoperta chimica del xx secolo: raddoppiando la quantità di azoto disponibile rese possibile l’esplosione demografica che in meno di cento anni ha permesso alla popolazione umana di crescere da uno a 7 miliardi di persone.” (30-31)
Un dubbio: l’esplosione demografica resa possibile dai concimi di Haber ha provocato una devastazione dell’ambiente: l’agricoltura intensiva rese possibile il balzo demografico che porta la popolazione terrestre dai due agli otto miliardi. Ma non è forse questa esplosione la premessa al precipizio demografico che si delinea nel secolo ventuno?
E’ una questione cui non serve trovare risposta. E’ andata così, abbiamo assistito a un incremento demografico senza precedenti, ma anche a un invecchiamento senza precedenti, e ora l’implosione si presenta come inevitabile.
Con la figura di Haber inizia la storia di un paradosso epistemologico: l’evoluzione del sapere scientifico - particolarmente della fisica subatomica e quantistica - sgretola i fondamenti della certezza fisica e instaura il caos al cuore del mondo fisico - in parallelo con il disgregarsi di ogni certezza etica e con l’esplosione del caos al cuore della vita sociale.
Il Sapere accompagna la Guerra e se ne fa strumento.
Ma quelli sono anche i decenni in cui il pensiero psicoanalitico, che trova il suo humus nella cultura ebraica, soprattutto di lingua tedesca, cerca una cura per la nevrosi, ma deve arrestarsi davanti alla dinamica delle psicosi.
“Ogni elemento della psiche è gravido di futuro”
scrisse Jung nel suo Misterium Conjunctionis, volume 14 delle Opere (Bollati Boringhieri, 1989, , pag. 59).
Fu saggio proiettare le idee della fisica in ambiti così lontani come la psicologia? Fu saggio mescolare le sostanze psichiche e quelle fisiche, come fece in qualche modo l’alchimia junghiana?
Labatut scrive:
“… Un sole nero si affacciava all’orizzonte e un giorno avrebbe potuto ingoiare il mondo intero.” (p. 57)
Gli incubi, i traumi i labirinti esistenziali dei grandi personaggi della fisica teorica del secondo e terzo decennio del ventesimo secolo - Erwin Schrodinger, Werner Heisenberg, Karl Schwarzschild, Kurt Gödel, tra gli altri - sono raccontati in parallelo con le loro scoperte e le loro discussioni, i dibattiti, le polemiche. Sullo sfondo di questo intreccio il deterioramento costante della scena politica, l’emergere del nazismo in Germania, l’approssimarsi della seconda guerra mondiale.
Labatut vede procedere insieme la crisi nevrotica che investe l’esistenza di molti intellettuali fino al limite della psicosi, e la crisi delle certezze che la fisica meccanica aveva lasciato in eredità.
Heisenberg formula in maniera compiuta il collasso del determinismo, e Schrodinger sintetizza le ricerche di Heisenberg con queste parole:
“Dall’immagine del pacchetto d’onde si può ricavare la celebre relazione d’indeterminazione di Heisenberg secondo la quale una particella non può essere allo stesso tempo in una posizione determinata e avere una velocità ben precisata. Anche se questa indeterminatezza fosse piccola essa porterebbe con sé che non si osserverebbe mai, con sicurezza apodittica, due volte la stessa particella.” (Schrodinger, L’Immagine attuale della materia, in Discussione sulla fisica moderna, Universale scientifica Boringhieri, 1980, pag. 51).
Poiché più nulla può essere determinato in maniera certa, si apre uno squarcio nel rapporto tra mente umana e materia e nella tela dello spazio-tempo, o almeno della sua conoscibilità.
Il caso fa irruzione sulla scena della conoscenza scientifica, e ciò ripugna al pensiero. Lo stesso Einstein, che pure è l’iniziatore dello sconquasso di cui la quantistica è conseguenza, abbandonò una conferenza in cui Heisenberg aveva illustrato il suo indeterminismo bofonchiando a quanto si dice che Dio non gioca a dadi.
“Einstein si appellava alla logica interna della teoria per rattoppare lo squarcio nella tela dello spazio-tempo, e proteggere l’universo da un catastrofico collasso gravitazionale.” (58)
Al di là del campo della fisica teorica, è l’ordine stesso del mondo che appare sconvolto, in quei giorni. Einstein cerca di arginare quella incertezza che dilaga dal campo della teoria a quello della vita stessa dell’umanità.
“…Decretare la vittoria di Heisenberg significava accettare che una parte fondamentale dei fenomeni del mondo obbedisse a regole inconoscibili, come se il caso si fosse insinuato nel cuore della materia. Qualcuno doveva fermarlo.” (106)
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Istubalz: Prospettive sovrapposte, 1982
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La fine del determinismo ha implicazioni che vanno ben al di là della ricerca sulla materia subatomica.
“L’indeterminazione di Heisenberg manda in frantumi la speranza di coloro che avevano creduto nell’universo a orologeria promesso dalla fisica di Newton.” (154)
Dalle concitate discussioni che si svolsero in quel ristretto circolo di fisici e di filosofi nell’intervallo tra le due guerre, emerge un panorama irriconoscibile. La ricerca scientifica stava fornendo armi spaventosamente potenti ai signori della guerra. Nessuno è in grado di definire in modo certo le leggi della materia subatomica. Ma allo stesso modo nessuno è in grado di definire in modo certo le leggi che governano l’azione degli uomini e degli Stati che si stanno preparando a produrre ed usare l’arma atomica.
“…la meccanica quantistica… ha trasformato il nostro mondo fino a renderlo irriconoscibile. Sappiamo come usarla, funziona per una sorta di miracolo e tuttavia su questo pianeta non c’è una sola anima viva o morta capace di capirla veramente. (176-7)
Qui finisce questo libro sconvolgente che si chiama nell’edizione originale Un verdor terrible.
Qui comincia un libro ancor più sconvolgente che si chiama Maniac.
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La sinistra intelligenza dell’Automa
MANIAC (Mathematical Analyzer Numerical Integrator and Computer) è il nome del computer concepito e realizzato da Von Neumann, personaggio centrale del libro che porta lo stesso nome del computer.
Pubblicato in Italia da Adelphi nel 2023, il libro è costruito attraverso una serie di brevi racconti di persone che hanno conosciuto Von Neumann in qualche momento della sua vita. Nell’ultima parte del libro si racconta invece la storia di un campione di go coreano che nel 2016 venne sconfitto da una intelligenza artificiale. Si tratta di una conclusione del tutto coerente con il progetto centrale di Von Neumann: creare un automa intelligente partendo dalle ricerche informatiche che la fisica post-meccanica ha reso possibili.
Nato a Budapest nel 1903, il matematico visse la seconda parte della sua vita negli Stati Uniti, e fu l’ispiratore scientifico principale dell’impresa militare dell’imperialismo nord-americano.
Con Leo Szilard, Edward Teller, Eugene Wigner, Von Neumann faceva parte del “clan degli ungheresi” ai tempi di Los Alamos. Oltre a essere ungheresi, tutti e quattro erano ebrei, costretti a rifugiarsi negli USA per sfuggire ai nazisti.
Quando qualcuno chiese a Enrico Fermi se esistono gli extraterrestri, lui rispose certo che esistono e sono fra noi, ma si fanno chiamare ungheresi. Voleva forse dire che a questi ungheresi importa poco della vita degli umani, perché quel che gli interessa davvero è la piena realizzazione di un progetto trans-umano e disumano di automazione della morte e di simulazione matematica della vita.
Nel primo capitolo leggiamo di Paul Ehrenfest, amico di Einstein, e leggiamo del dramma filosofico, ma anche politico ed esistenziale che il principe di quella generazione di scienziati si trovò a fronteggiare quando sulle tracce della sua teoria della relatività si moltiplicarono gli attentati alla certezza della conoscenza scientifica:
“L’armonia della natura doveva essere preservata a ogni costo, perché era più antica dei titani, più sapiente dell’oracolo e più sacra del monte Olimpo e altrettanto sacrosanta della linfa vitale che anima questo e tutti gli altri mondi. Ammettere anche solo la possibilità dell’irrazionale, riconoscere la disarmonia, significava porre a repentaglio il tessuto dell’esistenza, perché non solo la nostra realtà ma ogni singolo aspetto fisico mentale o etereo dell’universo dipende dai fili invisibili che tengono insieme tutte le cose.” (28)
L’armonia della natura è stata turbata dalle scoperte dei matematici e dei fisici che, sulla traccia delle scoperte einsteiniane hanno terremotato le certezze del determinismo scientifico e si sono spinti a mettere in dubbio la possibilità stessa di una conoscenza esauriente della natura, e di conseguenza anche la possibilità di un governo razionale degli eventi umani.
Negli anni ’40 nel campo della fisica si svolge battaglia tra chi pensa che il Sapere debba mantenersi autonomo dal potere politico e militare, e chi pensa invece che solo l’alleanza con il potere permetterà agli scienziati di sviluppare pienamente le potenzialità del Sapere. Quest’ultima battaglia raggiunge il suo culmine quando si pone il problema se partecipare o meno alla costruzione della bomba nucleare.
Oggi, nel secolo ventuno la questione si è riproposta: collaborare o meno alla creazione dell’automa cognitivo, cioè alla creazione di un’intelligenza destinata a sottomettere gli umani?
Maniac ripercorre tutto l’arco di questa vicenda, dalle avventure del matematico Von Neumann a quelle di un giovane coreano giocatore di go che nel 2016 perde la sfida contro Alpha-go, automa intelligente.
La creazione dell’Automa è l’ossessione della vita scientifica di John Von Neumann: sottomettere la vita cosciente al dominio della matematica, e parallelamente sottomettere il sapere al potere militare. Gabor Szego è uno degli scienziati che lo ha frequentato negli anni americani e lo descrive così:
“Una sinistra intelligenza meccanica a cui mancavano i freni che trattenevano il resto di noi… nonostante il suo cinismo lui ha cercato di comprendere questo mondo al suo livello più profondo….Da un punto di vista spirituale era un ignorante, certo, però aveva un’incontestabile fede nella logica.” (100-101)
Che Von Neumann possedesse un’intelligenza sinistra è provato da molte testimonianze di persone che per loro disgrazia gli sono state vicine, e ancor più è provato dall’insistenza maniacale con cui il matematico ungherese ha perseguito la realizzazione dell’arma più letale di tutti i tempi.
Klara Dan, la donna che sposò John Von Neumann negli anni dell’esilio americano, lo racconta così:
“Johnny adorava l’America quasi quanto io la disprezzavo. Quel paese gli fece qualcosa. Tutto quell’esasperante, sconsiderato ottimismo tutto quel gioviale candore sotto cui la gente nasconde la crudeltà tirarono fuori il peggio di lui.” (137)
Ma cos’è il peggio di un uomo quando quell’uomo è anche un matematico e uno scienziato che lavora per il sistema militare americano? La risposta la dà Eugene Wigner, amico personale di Von Neumann:
“Lui non vedeva come la maggior parte di noi, e questo influenzava molti dei suoi giudizi morali. L’intento del suo libro Teoria dei giochi e del comportamento economico, ad esempio, non era spiegare come si conduce una guerra o come si batte il banco al casino, o come si vince una partita di poker, ma soltanto matematizzare completamente i moventi umani. (158-9).
In questa frase Wigner coglie probabilmente il senso generale della tecnologia dell’ultimo secolo: ridurre il linguaggio umano (e quindi i comportamenti in generale) alla matematica, cioè ridurre la congiunzione tra corpi che pensano e sentono, a connessione tra macchine che simulano il pensiero e non sentono niente.
La moglie di Martin Davis, un collega di Von Neumann che partecipa alle ricerche di Los Alamos, e che Labatut descrive come una “favolosa artista tessile”, dopo avere frequentato per qualche tempo Von Neumann, a un certo punto sbottò.
“Virginia si infuriò, scattò in piedi, prese il cappotto e disse che a condurci tutti alla morte sarebbero stati uomini scriteriati come Jancsi (Neumann) incapaci di pensare ad altro che alla matematica, incapaci di vedere il mondo reale abitato da esseri umani.” (Pag. 159)
Negli ultimi giorni della sua vita, a dispetto del male che lo stava divorando, Von Neumann si dedicò a quello che era il suo progetto più avanzato, più visionario: la creazione di macchine capaci di apprendere, evolvere e riprodursi.
Nella ricostruzione di Labatut Eugene Wigner dice del suo amico di sempre:
“Riteneva che superata una soglia nelle macchine sarebbe iniziato un processo evolutivo di automi la cui complessità sarebbe cresciuta esponenzialmente allo stesso modo in cui gli organismi biologici prosperano e mutano attraverso la selezione naturale creando l’intricata bellezza che ci circonda. Questo avrebbe permesso ai membri di ogni successiva generazione di produrre non solo copie identiche di se stesse, ma una progenie di complessità sempre maggiore…. il fenomeno potrebbe diventare esplosivo con conseguenze inimmaginabili: ogni macchina produrre progenie con potenzialità sempre più elevate…. Ma queste macchine capaci di apprendimento proliferando faranno irruzione nelle nostre vite come uno sciame di voraci locuste.” (254-5)
E’ ancora Wigner che riferisce una cosa inquietante: nell’ultimo periodo della sua vita, dopo avere contribuito ad aprire il vaso di Pandora, Von Neumann ebbe consapevolezza delle conseguenze che il Sapere poteva avere sulla Vita.
“Nell’ultima lettera che mi inviò sosteneva che saremmo presto andati incontro a una transizione radicale. L’attuale eventualità di una guerra nucleare potrebbe lasciare il posto a scenari ancor più agghiaccianti….Il progresso tecnologico sempre più rapido sembra in procinto di avvicinarsi a una singolarità fondamentale, un punto di non ritorno nella storia della nostra specie oltre il quale l’esistenza umana come la conosciamo non potrà continuare….Per il progresso non c’è cura” (p. 256)
Quali scenari possono essere più agghiaccianti della bomba atomica? Von Neumann si riferiva qui alla creazione di automi intelligenti, alla proliferazione a venire di macchine capaci di apprendere, evolvere, riprodursi. La direttrice che ha guidato le sue ricerche è la riduzione della vita e del pensiero a linguaggi computazionali per la simulazione del vivente.
Ma la riduzione del mondo a matematica non riesce a ridurre in modo compiuto l’esistenza, e il corpo si ribella: il corpo di Von Neumann venne aggredito da un cancro che si manifestò all’inizio nel pancreas per poi diffondersi, probabilmente in conseguenza dell’esposizione alle radiazioni nucleari, negli anni in cui Eisenhower lo aveva nominato membro della commissione dell’energia atomica.
Marina, la figlia di Neumann, racconta l’agonia e la morte del padre con accenti che sono in alcuni momenti strazianti in altri momenti quasi sprezzanti.
“L’orrore di assistere al deteriorarsi delle facoltà mentali era troppo per lui. Quando gli era stata diagnosticata la malattia era poco più che cinquantenne… ma ora non poteva accettare quel che gli stava accadendo. Il terrore per la mortalità offuscava ogni altro pensiero… la sua coscienza si ritraeva di fronte a un limite oltre il quale non poteva pensare né gettare lo sguardo, e si dibatteva con violenza. Mio padre soffriva per la perdita della mente più di quanto abbia mai visto soffrire. Quando già sapevamo che la sua malattia sarebbe stata fatale, gli chiesi a bruciapelo come poteva contemplare con assoluta compostezza l’eventualità che si uccidessero centinaia di milioni di persone in un attacco nucleare preventivo contro l’unione sovietica, e tuttavia non saper affrontare la propria mortalità con un minimo di calma e di decoro.
Sono due cose completamente diverse, rispose. (244)
Forse in queste frasi di Marina è racchiuso il segreto più profondo dell’alienazione che il Sapere scientifico e tecnico moderno porta dentro di sé. L’assoluta cecità per la verità esistenziale del tempo e della morte, il rifiuto di considerare la vita degli altri e la sofferenza degli altri: questo è il peccato originale dell’episteme scientifica moderna, e del progresso tecnologico tardo-moderno.
Si poteva evitare questa deriva che siamo ormai impotenti a fermare?
Forse no, come forse non possiamo evitare la sinergia mortifera tra le tecnologie di sterminio e l’intelligenza artificiale. Logica conclusione di questo processo è l’annientamento.
Non si può fermare questa tendenza perché in regime di competizione economica e militare tutto quel che è possibile sapere si deve sapere e tutto quello che si può realizzare si deve realizzare. Infatti, in ogni regime di competizione c’è qualcosa che non possiamo sapere: le strategie del nostro competitor, o nemico che sia.
Quel non possiamo sapere ci induce a fare ciò tutto che il nostro sapere ci permette di fare: tutto, senza limitazioni. Altrimenti il nemico potrebbe immaginare quel che noi possiamo sapere, e potrebbe farlo. Dunque non possiamo permetterci di non realizzare tutto ciò che il nostro sapere ci permette di realizzare a prescindere da quanto sia distruttivo.
Per questo nessuna devastazione di cui il nostro sapere è capace ci sarà risparmiata.
Inoltre non possiamo sapere se il pericolo (anche quello estremo) può contenere le condizioni di un ordine superiore, di un ordine matematico finalmente libero da quell’imperfezione che è la vita cosciente.
Nell’ultima parte del libro, per raccontarci l’evoluzione dell’automa intelligente, Labatut racconta la storia del torneo nel quale, (era l’anno 2016) Alpha GO sconfisse Lee Sedol, il più grande giocatore coreano di go.
In quelle partite tra l’uomo e l’automa sembrò fosse in questione qualcosa di molto più grande di una disciplina simile agli scacchi ma molto più complessa e imprevedibile. Sembrò che fosse in questione la superiorità funzionale della macchina intelligente rispetto al suo creatore umano.
Questa superiorità è implicita nel fatto che l’intelligenza computazionale non possiede un corpo, e quindi non ha sensibilità al dolore e alla stanchezza.
Poiché la coscienza è coscienza “di” un corpo, poiché la coscienza è indissociabile dalla percezione del tempo che è tempo di un corpo, la macchina intelligente, che non è un corpo, è libera dalla coscienza.
In questo consiste la superiorità funzionale dell’automa: la sua Intelligenza non è rallentata dalla coscienza, né dalle emozioni, dal piacere o dalla sofferenza. Per questo l’Automa intelligente è destinato a vincere, perché chi non ha coscienza va dritto allo scopo: fare tutto ciò che possiamo sapere, senza “sentire”, senza godere né soffrire.
Così Benjamin Labatut spiega l’intera faccenda, nell’ultima parte di Maniac:
“Alpha GO è Un avversario spietato e incapace di provare un qualunque sentimento. Alpha go non esitava e non aveva ripensamenti. Era immune dalla stanchezza. Non dubitava di se stesso. Non si preoccupava dello stile e della bellezza e non perdeva tempo con quegli elaborati giochetti psicologici con cui i professionisti si stuzzicano a vicenda. Semplicemente non si preoccupava di cosa pensassero o provassero gli altri. Si preoccupava solo di vincere… Alpha GO è come una malattia letale non ancora diagnosticata.” (pag. 330)
Il torneo in cui Lee Sedol perse quattro partite su cinque fu seguito da un pubblico vastissimo di telespettatori e suscitò un’ondata di emozione, come se la sconfitta di Lee Sedol fosse la prova che gli umani hanno perso.
“….la gente provava un senso di impotenza e paura” (pag. 341)
Infine nel novembre del 2019 Lee Sedol sbalordì il mondo intero annunciando improvvisamente il suo ritiro, e rilasciò una dichiarazione:
“ALPHA GO non mi ha sconfitto, mi ha annientato…è un’entità che non può essere sconfitta.” (Pag. 352-3).
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Saranno felici gli automi?
Ci si chiede: è possibile un uso umano della tecnologia denominata Intelligenza Artificiale?
Questa domanda è due volte sbagliata.
In primo luogo le tecnologie non sono strumenti, che possiamo “usare”. In secondo luogo non è chiaro cosa vogliamo dire con la parola “umano”.
Lungi dall’essere meri strumenti, le tecnologie sono modificatori dell’ambiente (fisico e mentale) in cui ci muoviamo in quanto organismi coscienti.
Se la ruota, il vapore e l’elettricità hanno cambiato l’ambiente fisico degli organismi coscienti, la scrittura, la stampa e le tecnologie comunicative e cognitive cambiano l’ambiente con cui interagisce la mente, e quindi mutano la mente stessa.
Quanto al concetto di umano, dal Rinascimento in poi lo abbiamo definito in termini di libertà ontologica (l’azione umana non è governata da nessun essere superiore, ma solo dal libero arbitrio), e di creatività linguistica (capacità di costruire mondi simbolici e di comunicarli, rendendoli così condivisibili, abitabili in senso proprio).
Negli ultimi decenni il linguaggio e la volizione sono stati investiti da un duplice mutamento: le tecnologie dell’intelligenza hanno dapprima modificato la relazione tra individui parlanti, costruendo la rete in cui l’azione comunicativa è moltiplicata ma anche ingabbiata. La cellularizzazione ha prodotto un effetto di de-corporeizzazione della comunicazione sociale, i cui effetti politici, etici, erotici e psichici sono ormai abbastanza noti: solitudine esistenziale, isolamento politico, depressione, narcisismo.
Ora l’evoluzione tecnica tende a coinvolgere la stessa attività cognitiva, a mutarla secondo linee che possiamo solo intravvedere.
La tecnologia IA è basata sulla capacità dell’automa di simulare e sostituire i processi di linguaggio con serie precostituite dotate di senso, e anche a sostituire i processi di elaborazione cognitiva che siamo abituati a chiamare “pensiero”. In termini di antropologia evolutiva l’uso sistematico di dispositivi capaci di sostituire linguaggio e pensiero tende ad atrofizzare la creatività linguistica e il pensiero stesso.
La generazione che si forma nell’universo contemporaneo ha l’opportunità di delegare alla macchina la produzione di enunciati e la loro concatenazione in forma logica. Sempre più spesso si chiede al chatbot di scrivere al posto nostro, poiché il potere di penetrazione delle tecnologie (di ogni tecnologia, meccanica o mentale) dipende dalla loro capacità di rendere le cose facili, secondo la massima: “power is based on making things easy”.
La singolarità della coscienza (etica, estetica, emotiva) funziona infatti come un rallentatore della decisione intelligente. Un’intelligenza depurata dalle lentezze della singolarità etica, estetica emotiva è funzionalmente più rapida, più efficiente, più competitiva.
Più spietata, direi.
L’(auto) costituzione dell’Automa Cognitivo sembra inarrestabile, come la sua penetrazione nelle menti individuali.
Possiamo ipotizzare che gli umani saranno progressivamente sostituti da terminali dell’Automa cognitivo reticolare?
Forse possiamo persino auspicarlo.
Saranno felici gli automi?
L’automa perfetto sarà finalmente guarito dalla sensibilità al piacere e al dolore, alla tristezza e alla felicità.
La sensibilità è l’imperfezione umana. L’automazione del linguaggio sta guarendo il mondo da questa impurità.





