Voragine
Il dilagante rifiuto di generare le vittime della ferocia umana va considerato come un disturbo mentale o come una dimostrazione di saggezza?
If I had legs I would kick you
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Voragine
If I had legs I would kick you, il film di Mary Bronstein è sconvolgente e coraggioso. Non voglio proporre interpretazioni dell’incubo in cui si aggira Linda, madre di una bambina sofferente di una patologia che non sappiamo, moglie di un tizio che lavora su una nave, psicologa che non sa cosa dire ai suoi pazienti e a sua volta paziente di uno psicoanalista che non sa cosa dire a lei.
Linda vive in un incubo, questo lo capiamo fin dalla prima scena del film.
Non è la maternità l’incubo, ma il mondo senza alternativa, senza amicizia, senza bellezza che l’atto di generare perpetua.
The Guardian sentenzia: “postnatal depression and lonely parental stress”, e naturalmente ha ragione. Ma questa è solo una diagnosi psichiatrica, mentre questo film parla di psichiatria solo per irridere al patetico tentativo dei dottori di curare la voragine.
La voragine non si cura.
La voragine ci ha già inghiottito. Già lo aveva detto nel 2018 un film di Nadine Labakis in cui Zain, un ragazzino siriano di 12 anni rifugiato a Beirut chiede al giudice di poter denunciare i genitori perché lo hanno messo al mondo.
Labakis, Bronstein: due donne che hanno il coraggio di dire una cosa che la maggioranza delle donne del mondo non possono dire ma sanno perfettamente: che il futuro va evitato nella sola maniera possibile.
Tutto quel che circonda Linda è intollerabilmente ansiogeno: non solo l’odioso parcheggiatore asiatico non solo la rubiconda disperata madre di un bambino che piange, vuole andare in bagno e scompare lasciando il bambino nella carrozzina. Non solo il mare di notte con quelle onde flaccide come palude. Non solo l’odiosa custode notturna dell’albergo. Tutto è soffocante e lurido come un bambolotto di pezza e di plastica e come gli Stati Uniti d’America.
All’inizio del film sul soffitto si apre un buco dal quale scende una caterva d’acqua.
Non un buco, una voragine.
Alla fine del film la madre estrae un tubo di plastica da un buco nella pancia della bambina. Non un buco, una voragine. E il tubicino non finisce mai di scorrere tra le mani della madre, come una fune di lunghezza infernale.
Linda racconta di un aborto che ebbe quasi venti anni fa, e finalmente piange, e chiede cosa devo fare? Ma l’inutilissimo psicoanalista sta sempre zitto e la guarda e non sa che dire.
Che dovrebbe dire, d’altra parte?
Non può dirle la verità: che non ha senso continuare, non può dirle che non è giusto costringere qualcun altro a continuare una vita senza piacere e senza speranza.
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Agence France-Presse World News Mar 19, 2026:
https://www.ndtv.com/world-news/russia-to-refer-women-who-dont-want-children-to-psychologists-11237474
Russia Plans To Refer Women Who Don’t Want Children To Psychologists
Under new guidelines from Russia’s health ministry for reproductive health checks, doctors will ask women how many children they want to have.
The Kremlin chief casts Russia's shrinking population as a matter of national survival - warning in 2024 Russia faced "extinction" if it did not boost birth rates.
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La Russia invia dallo psicologo le donne che non vogliono figli.
Sono forse malate mentali le donne che non vogliono generare vittime innocenti del terrore, della miseria, del collasso ambientale e della guerra?
E quale altra prospettiva si presenta nel futuro ?
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Istubalz, 2022
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La parola “umanità” si può intendere come un sostantivo che indica un animale dotato di pollice opponibile e grossa scatola cranica: genere umano per essere più precisi.
Oppure come affetto di compassione, solidarietà, amicizia per i nostri simili.
Che il genere umano esista ancora e che sia cresciuto di numero nell’ultimo secolo non v’ha dubbio. Che esista invece l’umanità è ogni giorno meno vero.
Forse per questo anche il genere umano si appresta a scomparire, per tante comprensibili ragioni, ma soprattutto a causa di un’immensa tristezza, a causa di un moto sempre più diffuso di repulsione di sé.
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La storia dell’umanità si è conclusa da almeno un paio di decenni. Il genere umano è sopravvissuto, fino a questo momento, ma se tutto va bene dovrebbe scomparire prima della fine del secolo.
Mi scuso per la brutalità della mia comunicazione, ma preferisco essere chiaro e sintetico.
Il genere umano senza umanità è lo spettacolo più orribile che si possa immaginare, e la sola speranza che possiamo nutrire (se vogliamo parlare di speranza) è che scompaia, e direi che siamo sulla buona strada come un articolo dell’Economist dell’11 settembre 2025 (Humanity will shrink, far sooner than you think) diceva con dovizia di dettagli, seppure senza spiegare perché.
“All over the world, in poor and middle-income countries as well as rich ones, fertility is in much sharper decline than most projections had expected…. What is striking and unexpected is that the decline in fertility is accelerating. The pace of global falls doubled between the 2000s and 2010s and has doubled again in this decade, sinking, on average, by almost 2% a year. In many places the fertility rate is dropping much faster.”
Il tasso di riduzione della natalità raddoppia di decennio in decennio, disegnando una tendenza generale verso l’estinzione.
La storia dell’umanità è finita da quando, alla svolta di secolo, gli umani sono stati rimpiazzati da terminali dell’automa cognitivo. L’allineamento tra automa linguistico e organismi coscienti si sta verificando in maniera opposta a quella promessa dalla pubblicità high tech: non è la macchina linguistica che si allinea all’organismo senziente. E’ l’organismo senziente che si allinea alle regole e ai ritmi della macchina linguistica, La conseguenza è che l’organismo senziente perde sensibilità fino a diventare compatibile con la macchina di sterminio.
Nell’arco di tre decenni (il periodo della Mutazione, ormai compiuto) la mente umana è stata sbaragliata da una mente superiore per efficienza e velocità: la mente connessa automatica (Kevin Kelly la chiamava Global Mind, in Out of control, già nel 1993).
La mente delle nuove generazioni di umani è stata formattata secondo un paradigma connettivo, e non possiede più le competenze congiuntive senza le quali la parola “umanità” non ha alcun significato.
Se con l’espressione “umano” intendiamo la specie biologica bipede, dotata di pollice opponibile e di una grossa scatola cranica, possiamo dire che il genere umano, formattato connettivamente, è sopravvissuto all’umanità, ma anch’esso ha i giorni contati.
Negli ultimi tre decenni si è verificato uno straordinario progresso nelle capacità tecniche la cui funzione principale è il predominio militare, cioè lo sterminio: il genere umano senza umanità è rapidamente regredito alla condizione della ferocia, ed è entrato nel ciclo del genocidio, che rischia di non concludersi prima di avere svolto a pieno la sua funzione.
L’estinzione del genere umano appare come l’inarrestabile risultato di tre convergenti processi, distinti ma intrecciati tra loro: il primo è la devastazione del pianeta fisico, che rende sempre più limitate le aree geografiche in cui è possibile la vita umana.
Il secondo è l’estendersi della guerra, chiara conseguenza del restringersi dello spazio abitabile, ma al tempo stesso destinata ad alimentare la devastazione dei territori.
Ma il processo più importante, seppure il meno visibile, è il terzo: il crollo della riproduzione, di cui i demografi si stanno accorgendo già da qualche tempo, ma che negli ultimi due decenni si è accelerato.
(Squaring the piramide è il titolo di un articolo di Alan Pifer e Lydia Bronte del 1986 sulla rivista Dedalus che segnalava questa possibilità di un appiattimento della piramide generazionale).
L’articolo dell’Economist del settembre 2025 segnala che - pur con un ritardo del continente africano - la tendenza generale è un crollo della fertilità e della procreazione (fertility crash). I demografi sono oggi in grado di prevedere che il picco della popolazione planetaria sarà di 9 miliardi (prima della metà del secolo) ma la tendenza è quella di un tasso di natalità di gran lunga inferiore a quello necessario per mantenere stabile la popolazione.
I demografi non ci spiegano quali sono le cause di questa tendenziale auto-soppressione del genere umano., non è affar loro. Ma non è difficile capirlo, perché tre cause del crollo sono sotto i nostri occhi.
La prima ragione è che, a causa di fattori ambientali come la proliferazione delle microplastiche, la fertilità maschile è in rapida diminuzione da alcuni decenni (nel 2020 si calcolava che fosse crollata del 58% in quaranta anni).
La seconda ragione è la tendenziale scomparsa della sessualità riproduttiva nella generazione connettiva. Il tempo dedicato alla vita online è sottratto all’incontro tra i corpi, e il trauma pandemico ha fatto precipitare un processo di sensibilizzazione fobica verso il corpo dell’altro. La sessualità (soprattutto l’eterosessualità) tende a scomparire.
La terza ragione sta nella percezione subconscia femminile: generare oggi significa mettere al mondo vittime indifese di un ambiente fisico, sociale e geopolitico sempre meno tollerabile, sempre più triste, sempre più oppressivo. Perciò sempre meno le donne accettano di offrire guerrieri per la patria in armi, e schiavi per il capitalismo iper-colonialista.
Se vogliono far l’amore con dei maschi possono farlo senza correre il rischio di generare (ma pare che lo vogliano sempre di meno, visto che l’eterosessualità è in decrescita dovunque).
L’articolo dell’Economist si limita a descrivere il prossimo futuro senza cogliere pienamente il senso del processo di auto-soppressione in corso.
L’articolo non accenna neppure a un’implicazione decisiva del processo demografico di auto-soppressione: l’invecchiamento della popolazione, che si manifesta ormai in buona parte del nord del mondo, soprattutto in occidente, e che determina esaurimento psichico, oltre che fisico e sessuale.
All’inizio del secolo ventesimo la popolazione planetaria era di due miliardi di persone, eppure si poteva sopravvivere e progredire ed espandersi. Si potrebbe supporre allora che non è così grave se la popolazione si riduce di alcuni miliardi di unità. Si dimenticherebbe però una cosa decisiva: quando nel 1900 la popolazione planetaria era di due miliardi, la grande maggioranza era composta di ventenni, e solo una piccola percentuale (meno del 10%) aveva più di sessanta anni.
Oggi le cose si sono rovesciate. In Europa, in Giappone, in Russia la popolazione anziana è un terzo della popolazione complessiva. Questo non è soltanto un problema economico, come tutti sanno. E’ un problema di energia psico-culturale. Un pianeta depresso, senescente, psichicamente incapace di proiettare futuro.
La spirale di aggressività genocidaria in cui è entrato l’Occidente nell’ultimo decennio è prima di tutto un effetto della psicosi senile della razza bianca. Questa psicosi, che ha una forte componente suicidaria e ci sta rapidamente portando verso la guerra nucleare, è destinata a moltiplicare gli effetti dello sterminio militare, della devastazione ambientale, ma soprattutto dell’implosione demografica.
Pensare in questo orizzonte di ultimazione ci porta fuori dall’orbita del marxismo che non ci aiuta a capire le tendenze non riducibili alla dimensione economica, e sempre più fondate su processi di tipo antropologico, ecologico, e psicopatologico di cui il marxismo non possiede la chiave.
Il marxismo seppe comprendere la cattura della mente nel processo di accumulazione del capitale (General intellect), ma non poté immaginare che la mente diventasse oggetto di una sottomissione tecno-cognitiva.
E’ soprattutto a causa della riformattazione cognitiva e della sottomissione dell’attenzione che la storia umana è terminata.
Perciò è naturale che l’animale umano (feroce come nessun altro) si sopprima, in seguito alla scomparsa dell’umanità.
Rimarrà probabilmente l’automa, superiore a noi perché non conosce né il piacere né la sofferenza.
Ma dell’automa non mi importa niente.
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Via San Vitale, Bologna






